Possedere meno, lavorare di più

Buongiorno! Non sto delirando. Questa è una delle meraviglie del minimalismo. Possedere meno cose, le più belle ti invoglia a mantenere intatta o ripristinare in fretta l’armonia che si crea quando in casa sono presenti solo le cose che più ci piacciono e che usiamo più spesso e con soddisfazione.

Se prima ero una che al suono della sveglia si rotolava nel letto e dormiva un’altra ora o due, adesso il mio orologio interno si è naturalmente settato verso un risveglio entro le prime ore del giorno. Mi alzo, faccio colazione e prima del the verde di metà mattinata ho già fatto la lavastoviglie, rifatto il letto e areato la stanza, raccolto le cose sparse in giro e probabilmente anche stirato. Prima di questo reset, delegavo lo stiro alla colf. Ora lo trovo un’attività distensiva, in quanto contribuisce a portare ordine tra le mie cose.

Quando si possiede il giusto, nel mio caso meno della media delle altre persone, i lavori domestici diventano più leggeri, una sorta di piccola ginnastica mattutina prima di uscire o dedicarmi ad altro. Riesci a spuntare la lista di cose da fare ogni giorno e paradossalmente lavori di più, faticando di meno. La routine diventa agevole e tu ti senti più efficiente e vitale.

Sono sincera quando dico che possedere meno ha cambiato il mio rapporto con la casa. E’ cresciuto il rispetto per i miei spazi e il desiderio di onorarli e prendermene cura, senza grande sforzo, ogni mattina.

I panni appena stirati di oggi

10×10 Challenge: come ti reinvento il mini guardaroba

Per molte di noi l’idea di vivere con 10 capi scarpe comprese per 10 giorni può sembrare folle. Immagino gia mia madre, mia sorella e le mie amiche guardarmi con gli occhi fuori dalle orbite borbottando “tu sei pazza, non ce la farei mai” oppure “io ho bisogno di varietà e alternative”. Viviamo in una società dove le influencers spopolano e insegnano cosa fare a persone che evidentemente ne hanno bisogno.

Invece io ci ho provato ed è stata un’esperienza positiva. Anzi, ho superato i 10 giorni senza sentire il bisogno di aggiungere elementi alla mia mini collezione. In pratica mi sono fatta bastare 1 cappotto cammello lungo, 2 abiti neri, due paia di pantaloni, 1 canotta, 2 golfini, un paio di anfibi neri e un paio di stringate in pelle. Esclusi dalla conta sono gli accessori, quindi mi sono sbizzarrita con collane (le poche sopravvissute ad un progressivo sfoltimento), sciarpe, e bracciali.

Non ho il potere di convincere nessuno probabilmente, ma giuro che la sensazione di aprire l’armadio, trovare le mie cosine sceltissime ad aspettarmi, sapere che nessuna di queste sarebbe stata improponibile perché di taglia sbagliata, scomoda o rovinata, infonde sicurezza e calma. Basta scegliere una qualsiasi delle opzioni e sei pronta in due minuti ad uscire. Impagabile.

L’inventrice di questa challenge, tale Lee Vosburgh (www.stylebee.ca) propone anche di fotografare gli outfit che si sono riusciti a creare. Io mi sono astenuta da questo solo perche cercavo il piacere di farmi bastare pochi capi e meno quello di condividere le foto della mia panza paffutella.

Il mio consiglio è quello di provare. Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo uscire sempre con un abito diverso e nessuno ci impone di smettere per un po’ di fare shopping. Ne rimarrete meravigliate. Fatemi sapere come vi siete trovate.

Questo era il mio guardaroba di partenza nel mese di febbraio: manca l’abito nero che indossavo il momento della foto. Il golfino rosso è stato subito sostituito da una canotta nera.

I rotolini di KonMari

Un aspetto divertente del riordino che segue un significativo sgombero dei nostri spazi è il modo in cui si possono sistemare i capi di abbigliamento che abbiamo deciso di conservare. Questi, secondo le guru del minimalismo, dovranno essere i nostri preferiti, quelli che ci donano e che hanno un valore intrinseco. Fin da subito ho trovato gradevole il risultato ottenuto riponendo le cose come fa la giapponese de “Il magico potere del riordino”: in pratica si crea un rettangolo piegando in tre verticalmente il capo, poi a metà e poi ancora in tre. Si va così a creare un “rotolino” che dovrebbe stare in piedi da solo. Questo va poi inserito in una scatola o altro contenitore, accanto ai suoi compagni, in modo da averli allineati uno a fianco all’altro, disponibili alla vista e alla fruizione (cosa che non accade con il modo tradizionale di impilare le cose una sull’altra).

Si va a creare nei cassetti e nelle ante dell’armadio un’esposizione di ogni pezzo che compone la nostra collezione, come spesso accade nei negozi, dove tutto sembra così perfetto e invitante.

Un altro consiglio è quello di appendere i capi dal più lungo al piu corto, ordinando dal più scuro al piu chiaro partendo da sinistra verso destra. Questo dovrebbe mimare l’ascesa del nostro spirito e portarci verso luce e leggerezza.

In seguito trovate alcune foto di come mi sono divertita a piegare secondo il metodo KonMari.

Un guardaroba vi seppellirà

In questo post vi racconterò qualcosa che forse più di ogni altra mi ha presa, da quando ho iniziato a declutterare: la sfida di vivere con pochi(ssimi) abiti. E scarpe, e borse, e accessori.

Da spendacciona consumista che ero, ricordo di aver raggiunto il picco quando una decina di anni fa – ossia nei miei 20 – il mio relativamente piccolo armadio di ragazza conteneva un intero cassettone di biancheria, uno di magliette, uno di maglioni, un intero stand di abitini e pantaloni. Nelle scatole nei ripiani in alto l’equivalente in quantità per il cambio stagione. Paradossalmente il più delle volte non sapevo cosa mettermi, piena com’ero di cose comprate per capriccio e quasi mai indossate, per mancanza di occasioni o perché incongruenti col mio stile quotidiano. Mettiamoci anche il fatto che sono sempre stata una col fisico a yo-yo vi siete fatti un quadro completo della situazione.

In parole povere un armadio pieno di roba inutile o quasi.

Qualche anno fa ho scoperto i mercatini dell’usato che mi hanno permesso di iniziare a smaltire una parte dell’accumulo di abbigliamento, ma non bastava, perché ai mercatini oltre a vendere (poco) compravo (tanto), fino al punto di ritrovarmi una taverna piena di capi firmati che a fatica tentavo, e sto tutt’ora tentando, di rivendere. Sono arrivata ad allestire una sorta di negozio in casa. Tutto questo ha contribuito a spingermi verso la ricerca di una soluzione.

Anche in questo caso Marie Kondo, con la sua vocina e il suo aspetto da folletto, mi ha messo la pulce nell’orecchio: tutta quella roba mi piaceva davvero? o mi stava soffocando? valeva davvero la pena di vivere con un magazzino in casa? Che tradotto in termini pratici significava anche polvere e in alcuni casi anche muffa (soprattutto su borse e scarpe). La risposta è no. Se da una parte rivendere vestiti usati mi ha portato qualche guadagno, dall’altra il cuore mi gridava che non volevo più vedere tutta quella roba in spazi che preferirei vivere liberamente.

Così -stavolta seriamente- ho iniziato a sfoltire. Sfoltire tanto. Sacchi e sacchi di vestiti e scarpe sono stati trasferiti a mercatini e spediti a siti tipo Armadio Verde (che acquisisce gratuitamente donazioni per poi rivenderle per beneficienza) e Rebelle (che vende conto terzi soprattutto merce firmata). Tante cose sono finite nei raccoglitori della Caritas. Diverse invece le ho vendute a privati, creando anche l’occasione di conoscere persone carine e gentili. Non sono diventata ricca, né di certo ho recuperato i soldi spesi nell’acquistare, ma qualcosa mi è tornato in tasca.

L’obiettivo potrebbe essere ora: vendo 5 golfini scadenti e col ricavato ne compro uno di qualità. E così voglio muovermi. A questo proposito mi sto impegnando a evitare i negozi di brand fast fashion, che sono a dirla tutta la maggior parte degli store in città. Per chi non lo sapesse fast fashion è quella categoria di marchi che continuano a buttar fuori collezioni, anche una alla settimana, per invogliare i clienti all’acquisto di merce che però viene prodotta in condizioni spaventose per l’ambiente e soprattutto i lavoratori-schiavi dei paesi del terzo mondo che la producono. Oltre a questo, per permettersi di vendere abiti a 15 euro, ne possiamo dedurre che la qualità non sia esattamente la migliore. Detto questo è difficile rimanere indifferenti al richiamo di shopping low cost, ma con un po di consapevolezza si può stare alla larga da Zara, H&M, Uniqlo (mio amato), Mango & co. Si può perché fa bene al portafoglio e al guardaroba e perché è meglio orientarsi verso scelte un tantino più etiche. E la prossima volta che vorrò comprarmi qualcosa, sarà perché ne avrò bisogno, perché avrò ponderato bene la mia decisione: un trucco può essere, come sto facendo, di fotografare il capo che mi ingolosisce e tenermi la foto nel telefono qualche giorno, se mi passa la voglia avrò raggiunto l’obiettivo, perché spesso è un impulso dettato da altro piuttosto che una necessità reale.

Chi sono

Mi chiamo Cristina Dei Poli, sono nata a Garbagnate Milanese il 13/01/1984.

Nel 2004 mi sono diplomata in lingue all’Istituto Vico di Varese e nel 2010 ho conseguito la laurea triennale in Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria, con tesi sui social network.

Dopo la laurea ho fatto uno stage presso la redazione del giornale Libero nel settore web. Mi piace scrivere.

Mi interesso di arte, psicologia e sono una creativa. 

Dal 2009 lavoro come fotografa freelance e nel 2013 ho frequentato un corso di tecnica fotografica a Milano. Dal 2010 ho vinto alcuni concorsi fotografici nazionali. 

Dal 2019 studio tecniche di ripresa ed editing video.

Essendo una persona “multipotenziale” le mie esperienze includono 12 anni da pattinatrice su ghiaccio agonista (1994-2006) cui è seguito un brevetto da istruttrice (2006) con diversi anni di esperienza nell’insegnamento e un corso da addestratrice cinofila (2017) con una buona esperienza da dogsitter. Ho partecipato ad un corso professionalizzante di pasticceria (2019).

Pratico yoga, pilates, pattinaggio, snowboard ed equitazione.

Da quando sono piccola ho viaggiato molto, prima con la mia famiglia in tutta Europa, poi grazie al pattinaggio, e infine per piacere e scopi personali anche in America e Africa. Parlo fluentemente l’inglese e l’aspetto che mi piace di più del viaggio è entrare in contatto con persone dalla storia e cultura diversa dalla mia. Sono fermamente convita che la diversità sia arricchimento, sempre. Questo mi motiva ad essere aperta alla conoscenza e all’incontro con le persone, al dialogo e allo scambio tra culture.