Rifugio solitario

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Quando ero bambina adoravo costruire micro case con i cuscini del divano di mia nonna. Che gridate mi prendevo! Invece che stare a tavola a con tutti gli altri, toglievo i cuscini che componevano il divano e li montavo due verticali e uno sopra a mo’ di casetta. Come porta, un altro cuscino oppure la coperta di lana a quadri bianca rossa e nera, che rubavo dal letto del nonno. Poi mi infilavo in quel metro cubo e mi sentivo al sicuro. Avevo bisogno di ritirarmi in uno spazio separato, un guscio, dove restare sola nel morbido abbraccio dei cuscini, mentre il mondo continuava i suoi affari.

Tutti prima o poi sentono il bisogno di stare soli. Dopo aver litigato con qualcuno, dopo una giornata incasinata, per mettere insieme le idee, per prendersi una tregua dalle persone con cui si condividono costantemente gli spazi. Semplicemente perchè serve e sappiamo che ci fa bene.

Esistono persone che amano la solitudine, la sposano, persone che imparano a bastare a se stesse e sfuggono al dettame comunemente accettato di dover per forza formare una famiglia e conviverci per il resto dei loro giorni. Un matrimonio infelice può essere davvero una prigione autoimposta.

Star soli, chiusi nella propria stanza, o in una piccola casa cucita su misura, al riparo dai condizionamenti del mondo, può davvero fare esplodere la creatività, o anche solo darci quel conforto che basta, trovandoci circondati dal nostro piccolo universo.

Chi l’ha detto che serve una grande casa, piena di cose e di persone per essere felici? Non sto criticando una vita famigliare gioiosa e collaudata (io e mio marito abbiamo iniziato a convivere dopo 15 giorni dal nostro primo appuntamento e andiamo alla grande), ma sto cercando di dare un nuovo punto di vista a chi è terrorizzato dalla prospettiva di rimanere solo.

Dopo un lutto, dopo una separazione, quando si è troppo grandi per vivere con i genitori, quando si cerca la propria strada un nido tutto per sé è la soluzione ideale. Non una casa grande e piena di camere disabitate, ma una o due stanze al massimo sono quanto basta per cominciare o ricominciare.

Io sogno da sempre un monolocale dal quale si veda il mare. Alzarmi e andare a dormire ammirando la vastità placida delle acque e il cielo che cambia umore e colore. Io sono una creativa e questo mi farebbe sognare. Perché un interno modesto e riservato è la rampa di lancio per aprirsi all’universo e a tutti i mondi che vogliamo esplorare senza limiti, se non quelli autoimposti.

Vita semplice

Mi perdonerete un filo di ripetitività, ma spero che anche voi come me stiate imparando qualcosa dal lockdown. Mi è impossibile non notare come la vita confinata in casa ci stia facendo tornare ad una semplicità d’altri tempi, quando la vita domestica era il centro di tutto.

Torniamo indietro di 100 anni, ma forse ne bastano anche 70 o 80. Trovarsi tutti a casa, davanti alla tavola, a un piatto di minestra fatta dalla mamma o dalla moglie con ingredienti semplici, “antichi”, ringraziare intimamente il Cielo per quel pasto e poi mangiare tranquillamente e poi parlare e poi sparecchiare insieme, mentre si scambiano ancora due parole… Ora ceniamo con gli occhi incollati alla televisione, con la testa che frulla a mille pensando al lavoro di domani, oppure col naso dentro al cellulare. Non prestiamo attenzione nè al cibo nè alle persone.

Ora che c’è più tempo lasciamo pure il cellulare in un’altra stanza, avremo modo di guardarlo dopo. Seguiamo le notizie, ma commentiamole insieme. Tempi come questi devono ridarci un po’ di umanità. Del resto, sentirci vulnerabili, ci ha portati tutti sullo stesso piano. Nessuno è immune, nessuno è una macchina che non si ammala mai. Dobbiamo fermarci, dobbiamo rallentare. Lasciamoci tentare da una vita più semplice!

In tanti si stupiscono che la gente faccia razzia di farina e lievito nei supermercati. Io ne gioisco. Siamo tornati a fare il pane e la pizza! Facciamo i dolci con i nostri bambini! E non solo perché ci fa passare il tempo, ma perché è bello. E’ quello che eravamo prima di diventare degli zombie. Gente che trovava naturale fare andare le mani, autoprodurre. Le nonne che in videochiamata insegnano alle nipoti come fare la pasta! Questo sì che va bene: la tecnologia deve servirci, non assorbirci.

Perché fare il giardino o il balcone solo quando non abbiamo altro da fare? Normalmente ci ricordiamo malapena di innaffiare i gerani. E non perché ci manchi il tempo, ma perché c’è altro che ci assorbe. Eppure ora è tanto confortante stare al sole con le mani nella terra. Siamo sicuri che quell’ ”altro” sia meglio? Ci siamo davvero evoluti verso una vita migliore?

Escludendo la mancanza di libertà, pensate davvero che sia un male passare del tempo in casa? Tutta questa insofferenza è immotivata. Una manciata di decenni fa non c’era tutta questa smania di fare e vagabondare. Non c’era il terrore della stasi. Si leggeva, si parlava, si ricamava, si creavano modellini, poesie, opere d’arte, si studiava, si contemplava il cielo. Da quando la semplicità ci fa così paura? Forse da quando abbiamo smesso di confrontarci con l’interiorità e ci affanniamo a cercare al di fuori con invidia e confronto malsano un senso per le nostre esistenze. In fondo io credo che a guardare bene, tutta la ricchezza di cui necessitiamo possiamo trovarla o ricrearla dentro e intorno a noi.

Regali che non ingombrano

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Sembrano lontani i momenti in cui ci riunivamo davanti ad una torta piena di candeline o davanti all’albero di Natale, vicini uno all’altro abbracciandoci e ridendo insieme. Ora il massimo che possiamo fare è una videochiamata di gruppo, che pensando a chi non può permettersela, tutto sommato non è neanche malaccio.

Ma quando potremo tornare a vederci e a festeggiare, e voglio credere che quel momento arriverà presto o tardi, anche grazie alle nuove consapevolezze svegliate da questo momento di restrizioni, possiamo provare a considerare un nuovo modo di farci regali, più minimalista e meno legato al consumismo a cui purtroppo apparteniamo.

Vi presento qui di seguito alcune ispirazioni per dei regali che non finiranno per accumularsi nelle vostre case e nelle vostre vite:

  • corsi e lezioni: danza, cucina, lingue o qualsiasi hobby interessante che puo piacere al destinatario
  • donazioni a nome di qualcun altro per enti benefici, rifugi per animali, onlus eccetera
  • cura per il corpo, capelli, mani e piedi, massaggi, trattamenti di bellezza o curativi
  • abbonamenti a musei, associazioni culturali, squadre sportive, Netflix, Spotify
  • cibo: cene a ristorante, chef a domicilio, degustazioni di cibo o vino
  • intrattenimento: da sbizzarrirsi tra biglietti di concerti, visite guidate, teatro, esperienze particolari tipo escape room, cene al buio, cinema, parchi avventura. eventi sportivi
  • il nostro tempo: babysitting, riordino, pulizie, lavaggio auto, dogsitting
  • qualcosa che diventi un ricordo: album di fotografie, ricettario di famiglia, fotografie dei lavoretti dei bambini (che in questo modo si potranno anche eliminare, conservandone una traccia)
  • una notte o due in un hotel o agriturismo o una smartbox per viaggio
  • ospitare amici o famigliari per una serata insieme tutto compreso (cena, bere, torta fatti di persona-vino escluso)
  • una lettera scritta con tutto il cuore
  • essendo io una fotografa, non posso dimenticare di consigliare una sessione fotografica di famiglia o personale (per una volta mi farò pubblicità, quindi se vi servono informazioni basta chiedere 🙂 )

Abbiamo poi dei regali che sono oggetti, ma che sono consumabili, quindi allo stesso modo non finiranno dimenticati in qualche cantuccio:

  • the, caffè, vini, cioccolato di qualche marchio particolare, magari costoso o non facilmente reperibile nella grande distribuzione
  • fiori… chi non ama i fiori?
  • candele profumate (le migliori rimangono quelle del noto marchio americano che ormai spopola in tutti i negozi di arredamento)

Infine non dimentichiamo i più piccoli, ai quali indistintamente si tende a regalare sempre giocattoli, che si accumulano e il più delle volte stancano dopo pochi utilizzi. Queste idee possono sicuramente rappresentare una valida alternativa:

  • corso di danza + scarpette o corso di calcio + scarpini, oppure nuoto + costume, judo o karatè + kimono ecc.
  • scuola di fotografia per bambini
  • scuola di pasticceria per bambini
  • attrezzatura per hobby creativi (io da bambina amavo disegnare e creare col pongo o das)
  • visite ad acquario, museo, zoo (anche se non amo l’idea degli animali in gabbia)
  • cena fuori + cinema
  • vacanze di famiglia
  • gita a parchi tematici o acquapark

Come vedete, per tutti le idee non mancano… basta pensare un po “out of the box” come dicono all’estero. E voi quale regalo vi piacerebbe ricevere, che non sia un oggetto, o cosa avete regalato di immateriale che non è in questa lista? scrivetemi!

Benedici questa casa

Prima dell’inizio della pandemia, leggendo i bellissimi e affascinanti libri sul minimalismo (tra cui ne cito uno su tutti “Vivere in piccolo” di Dominique Loreau), mi stavo quasi convincendo di voler cambiare questa casa, enorme e spropositata per una famiglia di 2 persone, almeno per ora.

A pensarci bene, una casa grande è sinonimo di spazio per più accumulo, bollette più alte, più aree da pulire, maggiore dispersione. Pensare, ove potendo, di ridimensionare le proprie esigenze è sempre un bene, anche se piuttosto in controtendenza in un mondo dove sembra che il più (grande, ricco, sfarzoso, veloce, potente) sia il meglio cui possiamo aspirare.

Poi è arrivato il virus. Ci ha costretti tra le mura domestiche e tutti senza distinzioni ci siamo ritrovati a fare i conti con quello che che la nostra casa contiene, ma anche con lo spazio effettivo di cui è composta. Mia madre vive in un bilocale, con il giardino condiviso con noi. Mio padre ha appena traslocato in un bellissimo appartamento mansardato in campagna. Mia sorella vive con il suo futuro marito in un trilocale in provincia, con dei simpatici vicini con cui si scambia videochiamate in cui giocano a battaglia navale.

Noi siamo circondati da un bel giardino spazioso, potremmo vivere in una stanza diversa per ogni ora del giorno. C’è di cui gioire. I motivi che mi rendevano intollerante, adesso sembrano una benedizione del Cielo.

Dovrei chiedere scusa a questa casa per le volte che le ho detto che si trova in una posizione orrenda (anche se un po’ lo penso ancora), per le volte in cui ho gridato che sarei voluta essere ovunque ma non qui, per le volte che ho giurato che non sarebbe stato il posto dove avrei voluto invecchiare. Il destino ha fatto si che mi trovassi tra queste mura, dove guardando fuori vedo le cince e i picchi sugli alberi e i fiori sbocciare, baciati dal sole di primavera, in un momento così tragico e soprattutto di obbligo a non uscire.

Ci ero già passata nella mia vita, a 23 anni, quando per via di un periodo di attacchi di panico sono rimasta in casa (barricata dentro senza MAI uscire) per 8 mesi. Da inizio febbraio a fine settembre. Anche in quel caso l’abbraccio di queste mura e la carezza del prato in giardino hanno protetto la mia anima.

Chi di voi segue Marie Kondo, saprà bene che lei prima di operare in un’abitazione si inginocchia e a occhi chiusi prega e la ringrazia per la sua funzione e ruolo nei confronti della famiglia, sfiorando delicatamente il pavimento. E’ quello che oggi farò anche io, consapevole della mia fortuna e amando un po’ di più quello che mi è stato concesso.

E voi che rapporto avete con la vostra casa?

Convivenza con un non-minimalista

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Quando si diventa minimalisti, si rinasce ad una nuova vita in cui imparano sempre di più a fare a meno delle cose, riuscendo a eliminare la maggior parte di oggetti, impegni e persone nocive dalla loro vita. E’ un percorso in continua evoluzione in cui è richiesta motivazione e determinazione, per raggiungere lo scopo di concentrarsi su una vita autentica, libera dalla schiavitù delle cose materiali. In questo contesto i minimalisti si trovano spesso a scontrarsi con famigliari e conviventi, tutt’altro che ordinati e essenziali nel loro stile di vita accendendo la miccia per scontri, a volte molto pesanti.

La scelta minimalista riguarda la sfera intima e personale di chi la compie. Nasce da un’esigenza di liberazione e purificazione e non è quasi mai una strada semplice e lineare. Spesso porta a confrontarci con problemi irrisolti col passato e incertezze verso il futuro.

Anche per questo, sebbene la tentazione sia quella di coinvolgere tutti nella trasformazione in corso, è sconsigliabile imporre sugli altri le nostre decisioni, siano esse di vivere in una casa mezza vuota o quella di circondarsi solamente di una manciata di strumenti e oggetti essenziali, eliminando tutto il resto.

Chi ci è passato lo sa, il cambiamento è straordinario, quando si aprono gli occhi sui vantaggi del minimalismo. Viene voglia di trasmetterlo a tutto e a tutti, ma dobbiamo trattenerci dal forzare i nostri cari verso il nostro nuovo modo di vivere.

Io ci sono passata. Fortunatamente mio marito è abbastanza in linea con il mio pensiero, è facile all’eliminazione del superfluo, tranne quando si tratta di abbigliamento, accessori e libri. Ma è già molto bravo con tutto il resto. Il grosso ostacolo è mia madre. Per quanto possiamo amarci, subentrare nella casa di famiglia, contenente ancora tutte le cose appartenute a noi 4 (ora sparsi in altrettante case in giro per la regione), ha rappresentato un problema nel mio percorso di decluttering.

Mentre mio padre e mia sorella si sono portati via solo il necessario, ma non hanno avuto problemi con eliminare il resto, come ho già raccontato negli altri articoli, in questa casa grande, di 2 piani e più di 10 stanze, sono rimaste tutte le cose non scelte, una sorta di deposito dell’avanzo delle nostre vite e anche di quelle di chi non c’è più (leggi https://diariodiunaminimalista.com/2020/03/10/inferi/). E’ stata dura convincere mia madre a sbarazzarsi di doppioni, tripli e oltre di coperte, cuscini, tovaglie, libri, pentole e tanto altro e a volte mi sono dovuta arrendere alla sua ferma volontà di conservare. Per quieto vivere ho dovuto trovare un compromesso, tale sembrava essere il dolore causatole dalla separazione.

Quello che possiamo fare, quando per volere o imposizione ci troviamo a dividere i nostri spazi con altre persone, è occuparci minuziosamente di quello che ci riguarda. Saranno loro, forse, ispirati dalla nostra ritrovata serenità e libertà, a decidere di seguire i nostri passi. E se non dovessero farlo non danniamoci, la sensibilità all’ordine e al minimalismo non è la stessa per tutti. Ricordiamoci anche di avere pazienza, anche noi non siamo arrivati in uno schiocco di dita alle nostre intuizioni.

Non siamo tutti accumulatori e non saremo mai tutti minimalisti. Bisogna imparare a rispettarci e a convivere, anche quando dentro di noi stiamo impazzendo dalla voglia di buttare via tutto il ciarpame che non ci appartiene.

Parlatemi del rapporto con i vostri cari non minimalisti… alla peggio potremo borbottare un po’ insieme tra le pagine di questo blog! 🙂

Viti e bulloni

Oggi con mio marito abbiamo affrontato di petto una questione che in tempi di pace non avremmo mai avuto voglia di prendere in considerazione. Abbiamo messo sul pavimento tutti i chiodi, viti, bulloni, ganci, tasselli, pomelli, e piccoli oggettini di cui onestamente non saprei che farmene (ma un uomo sì), e ci siamo messi a riordinare l’attrezzatura per il brico e riparazioni domestiche.

Lui, metodico come un entomologo, analizzava ogni pezzo e lo riponeva al posto giusto insieme ai suoi simili, io invece ho intavolato una chiamata in vivavoce con dei nostri cari amici, che per una mezzora buona ci hanno tenuto compagnia.

Dopo un paio di ore siamo riusciti a dividere le varie tipologie di strumenti, creando delle ordinate scatole con oggetti simili tra loro. Tante scatole. E’ incredibile quanta roba si accumuli in casa, che praticamente rimane inutilizzata per anni. Tra le cose c’erano addirittura viti e tasselli di mio nonno, morto nel 1992, e che evidentemente nessuno aveva più avuto bisogno di usare.

Abbiamo buttato via molte cose, consapevoli che tanto, il più delle volte quello che serve lo si compra in occasione del lavoro da fare e quasi mai si va a rovistare nelle provviste, a meno che non siano perfettamente catalogate e che uno sappia esattamente dove cercare.

I consigli che emergono da questa esperienza sono due:

  • Evitate le scorte. Meglio rifornirsi dello stretto necessario di volta in volta, che accumulare cose che non si useranno praticamente mai più.
  • Se non sai a cosa appartiene un pezzo di qualcosa, eliminalo. Significa che non ti è servito fin ora e non ti servirà più avanti. Questo vale anche per cavi e affini.

Ho comunque la certezza che gran parte delle cose che abbiamo conservato oggi presto finiranno in regalo a qualcuno che possa farne buon uso. Onestamente io non so che farmene di decine di viti, bulloni, rondelle, e altre attrezzature che andrebbero bene per un muratore o un meccanico. E sono fermamente convinta di quanto detto sopra.

E voi? Come ve la cavate con l’organizzazione di cantina e garage? Scrivetemelo… e non dimenticate di iscrivervi alla newsletter, in modo da rimanere aggiornati sui nuovi articoli pubblicati, direttamente nella vostra casella email.

Lasciare andare il passato

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Io mi chiedo “Tornerà tutto come prima?”. In tanti se lo augurano. Ma il come prima, non esiste già più. Alcune famiglie hanno sepolto un parente, un amico, il medico di quartiere, un collega. Il come prima dell’epidemia non tornerà. Ogni evento, di qualsiasi portata, agisce su di noi e ci trasforma, le cose mutano in continuazione, perché è nella loro natura.

Potremo tornare a fare gli aperitivi, le cene tra amici, i bambini torneranno a scuola e i genitori al lavoro, i negozi apriranno e dovranno rincorrere il tempo perso e i soldi svaniti, la grande macchina si rimetterà faticosamente in moto. Ma niente tornerà come prima. Il solco scavato nella nostra anima da questi giorni non lo permetterà.

Perciò mettiamo in salvo la nostra anima. Impariamo a lasciare andare. Che siano cose, persone, animali, momenti o le nostre convinzioni. Lasciamoli andare.

Dovremo rimetterci in piedi, scrollarci la fatica di dosso, prendere un grosso respiro e muovere nuovi passi in avanti. Quello che è stato è già polvere e la polvere scivola dalle mani, non possiamo trattenerla. Non possiamo trattenere il passato.

Stringiamo a noi gli insegnamenti, i ricordi, la scuola di vita. Ma muoviamoci in avanti.

Che si tratti di materia o sentimento facciamoci forza, nulla dura. Lo dico anche a me stessa, che trattengo da anni sentimenti e oggetti di cui una parte di me grida di liberarsi.

L’ostacolo più difficile? Indubbiamente i miei diari. Contengono una parte importante del mio percorso evolutivo, piccoli successi e grandi insicurezze, sono le pagine a cui mi aggrappavo quando non sapevo con chi parlare. Sono sempre stata più brava a scrivere, che a confrontarmi verbalmente. Ma forse è vero quello che ho letto: i diari servono come terapia, ma nella terapia esauriscono il loro scopo. Nessuno li rileggerà mai. Da bambina pensavo che sarei diventata famosa attraverso essi. Ma ora la ragione ha preso il sopravvento. Perché li tengo? Perché sono qualcosa di irripetibile. Sono veramente combattuta. Ma credo che dovranno andare, come sono andate tante cose che tutt’ora non ho ancora rimpianto.

Non abbiamo occhi dietro alla testa perché siamo fatti per procedere, non per arretrare. E sono convinta che questa sia la nostra salvezza.

Se vi va scrivetemi come siete riusciti o come state lottando per lasciare andare il vostro passato.

Silenzio digitale

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Uno non ci pensa, ma a causa di cellulari e computer siamo incessantemente bombardati di informazioni, pubblicità, inviti a spendere, inviti a fare, notizie. La nostra mente lavora senza sosta per stare dietro a tutto il traffico digitale dei nostri giorni. Se volete abbassare almeno un po’ di questo rumore, bisogna intervenire attivamente e io posso aiutarvi con qualche consiglio.

  1. Cancellatevi da tutte le newsletter che ricevete e non leggete con interesse. Basta cliccare sul pulsante “cancella” o “unsubscribe” e vi ritroverete tantissima junk mail in meno da dover cancellare ogni giorno (pubblicità compresa).
  2. Silenziate le notifiche dello smartphone: delle decine di inutili messaggi con i quali il telefono tenta in continuazione di richiamare la nostra attenzione io ho mantenuto attivi solo quelli di sms e Messenger, antifurto casa, parcheggio auto, telefonate, banca e assicurazione e ovviamente WordPress. Gli altri tre quarti delle applicazioni presenti li ho messi a tacere. Non ne potevo più del flusso costante di notifiche che continuavano a distrarmi da mattina a sera.
  3. Un consiglio che danno in molti, è di evitare di usare il cellulare la sera. Sembra infatti che la luce dello schermo renda più difficile il rilassarsi e prendere sonno (per me questo è un problema, perché sono una nottambula, mentre mio marito va a dormire presto, quindi io leggo al buio a letto mentre lui russa, fino a quando non mi cade il telefono in faccia, allora capisco che è ora anche per me di riposare).
  4. Fate un bel repulisti dei contatti: in tempi non sospetti io già mettevo in pratica questo consiglio. Di tanto in tanto infatti, cancellavo tutti i contatti salvati in rubrica, per poi aggiungerli di nuovo man mano che sentivo le persone, in modo da avere solo coloro con cui mi relazionavo attivamente. Applicate questo consiglio a telefonino e social.
  5. Cancellatevi dai gruppi che non vi interessano più. Non fanno altro che intasarvi la homepage e whatsapp.
  6. Date una bella sfoltita alle email accumulate nel tempo. Sono sicura che la maggior parte è presente nella casella solo perché vi siete dimenticati di eliminarla o per la pigrizia di non farlo.

Se metterete in pratica tutte queste indicazioni sono sicura che vi sentirete più distesi e certamente la vostra mente troverà un po’ di meritato riposo. Che di questi tempi non è poco…

Commentate per farmi sapere come vi trovate e che tecniche avete adottato!

Qualità, non quantità ovvero “less is more”

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Tanti scettici scambiano i minimalisti per dei santoni o dei monaci che vivono in una cella con una sola coppa come possedimento materiale. Se è vero che non tutti i minimalisti vivono come monaci, possiamo però prendere esempio da questi per comprendere quanto poco basti in realtà all’uomo per vivere.

Detto questo, mi ricollego a tanti interventi un po’ ridicoli che ho letto qua e la sui gruppi Facebook di minimalismo. Gente che in nome di chissà quale ascetismo si priva di comodità di cui non vedo il motivo di fare a meno, tipo televisione, contratti telefonici, sapone e shampoo, utensili e tecnologie, automobile… Ecco, queste persone sembrano voler fare a gara a chi riesce a fustigarsi meglio, senza dimenticare però di mettersi prima in mostra sui social. Mi spiace, ma dissento.

La mia idea di minimalismo è diversa, ed è ben lungi dal lavarsi i capelli col sapone di Marsiglia o possedere una sola pentola o cancellare il contratto telefonico perché -OMMIODDIOOO!- costa 10 euro al mese (ps. magari costasse solo 10 euro!).

Per me, che per anni oltre al necessario mi sono zavorrata di montagne di cose superflue, vivere con poco significa aver spolpato all’osso fino a non aver trovato più niente da togliere. Rimpiango solo di non aver fatto qualche foto alla mia casa prima di iniziare questo processo, sareste rimasti a bocca aperta.

Minimalismo significa possedere meno, ma di qualità eccelsa. Significa avere 3 maglioni di ottima fattura, invece di 15, che si disfano dopo pochi mesi, intrisi del sudore di qualche lavoratore del terzo mondo. Significa possedere un solo servizio di piatti pregiati e usare quelli, piuttosto che usarne di brutti ogni giorno e tenere quelli belli nell’armadio e tirarli fuori 2 volte all’anno. Minimalismo è anche e soprattutto, una volta eliminato il superfluo, amare quello che si ha e non desiderare altro. Farselo bastare. Circondarsi di poco, ma della migliore qualità disponibile, investire in qualcosa che duri, piuttosto che continuare a cambiare, inquinare, produrre, sprecare.

Quando mia madre me lo diceva 10 anni fa, io ero una ragazza che si divertiva a uscire a comprare, comprare e comprare. Mia sorella, invece, era l’esempio di quanto scritto sopra, lei comprava poco, ma spendeva molto. Era capace di accontentarsi di un bel capo o un gioiello d’oro, mentre io sperperavo in decine di magliette da 10 euro e bigiotteria di tolla. Non avrei mai immaginato questo cambio di rotta, ma sono qui a indicarvelo.

Ora so che il segreto di un vero minimalista è solo uno: qualità, non quantità.

Qual è il vostro rapporto con le spese? Scrivetemi!