Inferi

Photo by Pedro Figueras on Pexels.com

Si dice: spazzare la polvere sotto al tappeto, per indicare l’atto di chi trova espedienti per nascondere la propria sporcizia fisica e figurata alla vista, senza eliminarla propriamente.

Questo è esattamente quello che è successo con la taverna di casa nostra. Al piano interrato della nostra villa c’è l’equivalente in metratura del piano terra adibito a bar, camera degli ospiti, lavanderia, palestra e sgabuzzino. Uno spazio non piccolo: in sostanza, un altro appartamento. Purtroppo ha il soffitto basso ed entra poca luce, quindi per molto tempo ho evitato di restare giù più del necessario. Non mi piaceva affatto.

Inconsciamente però la sensazione sgradevole e a tratti inquietante veniva da altro.

Sin dal 2004 ovvero quando mi sono trasferita qui con i miei genitori e mia sorella, la taverna è diventata una sorta di grande ripostiglio. Un posto dove portare, abbandonare e spesso dimenticare di tutto.

E quando dico di tutto includo: documenti della casa, documenti scolastici, utensili e altre mille cosine per i lavori, libri, vestiti, coperte, asciugamani, lavoretti scolastici, giocattoli, insomma tutto quello che ci eravamo portati dietro dai due traslochi precedenti + le cose “ereditate” dalla casa dei genitori di mamma deceduti, e altra roba, che avremmo potuto arredarci altre due o tre case. Poi siamo subentrati io e mio marito, ai tempi ancora fidanzati.

L’apice l’abbiamo toccato quando oltre a quanto suddetto, si sono aggiunti i nostri scatoloni. Non si sapeva più dove camminare. Non si vedeva il fondo dei ripiani e delle mesole tanta era la roba stipata. In dialetto milanese si dice “un rebelòtt” (in italiano, un casino).

Le volte che scendevo, tornavo su quasi correndo. Sentivo i fantasmi che mi rincorrevano, avevo letteralmente i brividi alla schiena.

Odiavo la taverna perché a spanne sapevo cosa conteneva, ma di fatto era tutto ammassato, confuso, messo così da altri. Era inquietante. Le cose appartenute ai nonni morti, i pezzi del nostro passato urlavano dai loro angoli bui. Evitavo di stare lì da sola.

Lo so è irrazionale. Ma mi sentivo così.

Ora che la gran parte di quelle cose ha lasciato la nostra casa (e la taverna), ora che i muri bianchi e i pavimenti sgombri regalano silenzio e pace, ora che so con esattezza o quasi cosa c’è e dov’è, i fantasmi tacciono. Il passato sonnecchia dentro a qualche scatola piccola e ordinata.

E’ stato difficile. Ci sono ancora tanti oggetti che non ho il coraggio di eliminare, sembra di sentirle le persone che me li hanno fatti o regalati e la voce di mia madre… “questo era di mia mamma”, “questo l’ha fatto a maglia la prozia”… Guardo le mie smemorande alte tre volte tanto il loro normale volume, i miei diari di adolescente che contengono segreti impronunciabili.

I fantasmi in parte abitano ancora gli inferi della mia casa e del mio inconscio, ma conosco la loro voce e in qualche modo abbiamo imparato a convivere.

Un pensiero riguardo “Inferi”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...