Benedici questa casa

Prima dell’inizio della pandemia, leggendo i bellissimi e affascinanti libri sul minimalismo (tra cui ne cito uno su tutti “Vivere in piccolo” di Dominique Loreau), mi stavo quasi convincendo di voler cambiare questa casa, enorme e spropositata per una famiglia di 2 persone, almeno per ora.

A pensarci bene, una casa grande è sinonimo di spazio per più accumulo, bollette più alte, più aree da pulire, maggiore dispersione. Pensare, ove potendo, di ridimensionare le proprie esigenze è sempre un bene, anche se piuttosto in controtendenza in un mondo dove sembra che il più (grande, ricco, sfarzoso, veloce, potente) sia il meglio cui possiamo aspirare.

Poi è arrivato il virus. Ci ha costretti tra le mura domestiche e tutti senza distinzioni ci siamo ritrovati a fare i conti con quello che che la nostra casa contiene, ma anche con lo spazio effettivo di cui è composta. Mia madre vive in un bilocale, con il giardino condiviso con noi. Mio padre ha appena traslocato in un bellissimo appartamento mansardato in campagna. Mia sorella vive con il suo futuro marito in un trilocale in provincia, con dei simpatici vicini con cui si scambia videochiamate in cui giocano a battaglia navale.

Noi siamo circondati da un bel giardino spazioso, potremmo vivere in una stanza diversa per ogni ora del giorno. C’è di cui gioire. I motivi che mi rendevano intollerante, adesso sembrano una benedizione del Cielo.

Dovrei chiedere scusa a questa casa per le volte che le ho detto che si trova in una posizione orrenda (anche se un po’ lo penso ancora), per le volte in cui ho gridato che sarei voluta essere ovunque ma non qui, per le volte che ho giurato che non sarebbe stato il posto dove avrei voluto invecchiare. Il destino ha fatto si che mi trovassi tra queste mura, dove guardando fuori vedo le cince e i picchi sugli alberi e i fiori sbocciare, baciati dal sole di primavera, in un momento così tragico e soprattutto di obbligo a non uscire.

Ci ero già passata nella mia vita, a 23 anni, quando per via di un periodo di attacchi di panico sono rimasta in casa (barricata dentro senza MAI uscire) per 8 mesi. Da inizio febbraio a fine settembre. Anche in quel caso l’abbraccio di queste mura e la carezza del prato in giardino hanno protetto la mia anima.

Chi di voi segue Marie Kondo, saprà bene che lei prima di operare in un’abitazione si inginocchia e a occhi chiusi prega e la ringrazia per la sua funzione e ruolo nei confronti della famiglia, sfiorando delicatamente il pavimento. E’ quello che oggi farò anche io, consapevole della mia fortuna e amando un po’ di più quello che mi è stato concesso.

E voi che rapporto avete con la vostra casa?

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