Il masu e il pugno chiuso

Masu e bicchierino da sakè

Parliamo di alimentazione minimalista. A questo riguardo sono due i consigli che mi sento di darvi.

Il primo è di autoregolarci osservando il pungo chiuso della nostra mano. Ognuno ha la sua misura e a quella corrisponde pressappoco la dimensione del nostro stomaco a riposo. Per tutti quelli che quindi si chiedono quanto si dovrebbe mangiare, per riempirsi, dico di osservare la propria mano. Certo, è possibile estendere le pareti dello stomaco di molte volte la loro misura fino a contenere pranzi di Natale e cenoni di Capodanno, ma perché farsi del male? Perché sovralimentarsi? I peccati di gola non vanno banditi, poiché ci aiutano a restare in carreggiata, ma è buona norma smettere di mangiare appena prima di sentire lo stomaco che tira.

Dal Giappone del periodo Edo (1669) arriva invece un curioso oggetto, che aiuta a comprendere perché il popolo nipponico ha da sempre una salute e una longevità invidiabili. Il masu (“crescita” in giapponese) veniva utilizzato dalle donne che compravano il riso, la salsa di soia e i legumi al mercato. Questa scatolina da 0,18 litri contiene esattamente la dose di cibo per due persone (cibo crudo, ovviamente), il che la connota anche di un certo romanticismo.

Due indicazioni semplici queste, ma facili da seguire e tenere a mente. E voi come vi regolate con la dieta minimalista? Sono curiosa di leggere i vostri consigli.

Non comprare

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Per tantissimi anni ho giudicato i luoghi in base alle possibilità che offrivano in fatto di shopping. Luoghi di vacanza, città, quartieri. L’interesse per un posto per me passava spesso dal fatto che potessi trovarci negozi aperti, di marchi conosciuti, anche la domenica . Soprattutto la domenica.

Ad esempio viaggiare per la Francia e constatare che quasi tutti gli esercizi osservano il riposo domenicale (Ikea compresa!) per me è stato snervante. Siamo troppo abituati a vedere l’uscita per spendere, come un passatempo confortante e riempitivo. I negozi chiusi o assenti mi hanno sempre messo una tristezza vicina all’angoscia, tanto da spingermi a scegliere le vacanze in città piuttosto che nella natura. Ad ogni modo io amo le città.

Per qualcuno più che per altri poter spendere, soprattutto in piccole cose, per quella gratificazione effimera che dura il tempo di arrivare a casa, è una droga potente. Mi ci metto dentro anche io. Ero così fino a un annetto fa, forse qualcosa meno. Nei momenti di noia o frustrazione, uscivo a fare un giro e inevitabilmente tornavo a casa con un sacchetto: Zara, H&M, Mango, Tezenis, Oysho, Esselunga, Iper. Tutte cose che avrebbero dovuto soddisfare un bisogno, ma che non ci riuscivano.

Si fa sempre più forte in me, una voce che mi intima di smetterla. “Guarda la casa quanto è bella così sgombera e pura”. Guarda che pace. I cassetti contengono serenamente le cose che hai scelto, senza affaticarsi e straripare. Il frigorifero è quasi vuoto perché abbiamo consumato tutto e nulla andrà a male e buttato via. Il mobile dei detergenti per la casa mano a mano si svuota e non ho alcuna intenzione di riempirlo nuovamente di tutti quei flaconi.

Conseguentemente a questo sentire voglio ridurre sempre di più le uscite per le spese (se non fondamentali). Cercherò di apprezzare tutto quello che non sono vetrine, durante i viaggi. I volti e la voce delle persone, come già faccio, ma sempre di più. Farò amicizia con la natura selvaggia, senza percepirla come fredda e inquietante.

C’è dell’altro. So che c’è dell’altro. Certo che è più facile lasciarsi imbambolare da luci e colori, studiati apposta per rintronare le persone e indurle a comprare. Siamo abituati a questo, tanto che se proviamo a cambiare rotta ci sentiamo strani e in astinenza. Io, sicuramente.

Ma di fatto non ho bisogno di niente, ho imparato che quello che mi serve è tra le mie braccia quando stringo la mia famiglia, compresa Yoga (il nostro Labrador). Ho imparato che si può fare a meno delle cose, ma non dell’amore. Mai viceversa.

Resto qui tranquilla, aspetto che passi il contagio, ma non è uscire a spendere che mi manca. Continuare a scavare per cercare il cuore delle cose, quello mi affama sempre di più e il bisogno si fa ogni giorno più forte, perché più vai a fondo e più cresce la motivazione. Prima capisci che è oltre le cose che bisogna guardare, e prima le abbandoni. Perdono appeal, se le guardi come polvere che viene spazzata dal vento (fine che prima o poi faranno).
Resto tranquilla e non ho fretta, forse sono una dei pochi che non sente l’affanno di ricominciare a correre.

L’eredità del virus

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Se è vero che si comprende la libertà solo quando ci manca, in questi giorni di angoscia e insofferenza, di paura e confusione, ci sono degli insegnamenti di cui possiamo diventare consapevoli, se solo ci soffermiamo ad osservare e ad ascoltare quello che ci accade dentro e fuori.

Io li chiamo “i doni del virus“.

La reclusione forzata ci permette di assaporare cose che finora la maggior parte di noi viveva di sfuggita, preso nel vortice della quotidianità. Mangiare insieme 3 volte al giorno. Cucinare insieme. Parlare e stare in silenzio (perchè non possiamo stare costantemente davanti alla televisione). Aggiustare le nostre abitudini sulla presenza di una o più persone che di solito incrociamo e basta.

Ci troviamo faccia a faccia, come in una domenica di pioggia che non finisce mai. Allora dobbiamo reinventarci, togliere la polvere da passatempi lenti, che nell’epoca del “tutto istantaneamente disponibile” avevamo messo in cantina. Libri, giochi in scatola, manuali di un qualsiasi hobby che non abbiamo mai approfondito.

Ma c’è di più. Il virus ci ha “donato” la paura. Il virus ci ha donato l’incertezza. Il virus ci ha messo in discussione. Uomini e donne tutti d’un pezzo si sentono vulnerabili e impreparati verso una situazione dove non c’è posizione sociale o conto bancario che possano sovvertire le sorti, se ci si ammala. Il virus ci ha messo tutti, e parlo di tutto il mondo, sullo stesso livello.

Il veleno (in latino “virus”) ci deve per forza scuotere: nella vita, nulla va dato per scontato.

Basterebbe un “grazie” rivolto all’universo per ogni mattina in cui ci svegliamo sani. Non sentiamoci in colpa di essere fortunati. Ma prendiamo coscienza che ogni benedizione che riceviamo non ci è dovuta e per questo dobbiamo essere grati.

Per la nostra famiglia raccolta davanti al tavolo che sta scegliendo cosa mangiare a pranzo, anche oggi, dopo 7 giorni di prigionia. Per il sole che scalda la pelle se usciamo in balcone e la pioggia che disseta i raccolti e gli animali. Per la disponibilità economica, per la sete di rivincita di noi Italiani e del mondo intero, che aspetta il giorno in cui di nuovo ci riverseremo nelle strade e forse ci stringeremo l’un l’altro come alla fine della guerra.

Basta cambiare prospettiva e una tragedia si trasforma in insegnamento. Questa sarà l’eredità del virus, non dimentichiamola appena il mondo sarà tornato, se possibile, alla vita di prima.

Life in plastic (isn’t) fantastic

Ve la ricordate quella canzoncina un po’ stupida di fine millennio scorso? Si chiamava Barbie Girl e diceva -traduco da sopra- “la vita nella plastica (non-aggiungo io-) è fantastica”. Insomma…. non direi.

La plastica sta intossicando il mondo, avvelenando l’aria, l’acqua, i pesci che mangiamo. La plastica si impiglia tra i rami degli alberi portata dal vento e ai bordi dei fiumi. La plastica viene vomitata sulle spiagge dalle onde e seppellita in cumuli che non marciscono mai nelle discariche del terzo mondo.

Se ne continua a produrre. Per usarla giusto il tempo di consumare una bibita o di arrivare a casa e mettere le zucchine nel frigo. Io rimango sbalordita come a lato delle strade ci siano ancora decine e decine di bottigliette gettate dalle auto di passaggio (perche oltre alla produzione smodata c’è la stupidità degli individui). Siamo nel 2020, diamine! Chi butta ancora la spazzatura per terra?

Ma anche per i virtuosi come me, che piuttosto che buttare della plastica (o della carta) nell’indifferenziato se la porta a casa per dividerla, ci sono cattive notizie. Sembra infatti che solo il 15% della plastica possa essere e venga riciclata. Il restante viene bruciato negli inceneritori (25%) o finisce in discarica (60%) bruciato all’aperto inquinando l’aria.

La produzione di nuova plastica è di 8 volte superiore alla quantità riciclata, anche a causa dell’alto costo del recupero rispetto alla produzione del nuovo e ne deriva che l’accumulo di materiale è ingestibile e finirà per guastare il mondo intero.

L’interruzione di questa catena deve partire da noi. Noi minimalisti, che siamo capaci di fare a meno di tante cose inutili. E le nuove generazioni che si spera siano più ricettive e sensibili rispetto al problema ambientale. Non possiamo fingere di non sapere.

Usiamo dove possibile borse per la spesa riutilizzabili, compriamo lo sfuso, evitiamo cibi confezionati in plastica, prendiamo acqua e latte all’erogatore pubblico con le bottiglie di vetro. E anche se possiamo rimanere delusi dal risultato continuiamo a differenziare! E’ importante, comunque.

Il cambiamento è nelle nostre mani, solo noi possiamo decidere di sovvertire la sorte del pianeta che sembra già segnata. L’ignoranza e l’incuria dettata dalla cieca sete di soldi ferisce il cuore di chi sa che pagherà le conseguenze di tanto menefreghismo. E’ nostro dovere fare quello che possiamo per combattere questa piaga.

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Il pane fatto in casa (ricetta)

La nostra ultima pagnotta, cotta in cocotte Staub

Il pane è vita. Non solo perché è il nutrimento base di praticamente tutte le diete del mondo, ma anche perche quando fai il pane ti accorgi che è qualcosa che si trasforma, col lievito, col calore, con l’acqua. Il pane è vivo. E noi siamo vivi grazie al pane.

In casa nostra lo facciamo ormai da qualche anno, agevolati dalla planetaria che mi sono regalata insieme al corso di pasticceria. Ma è possibilissimo farlo anche a mano. In meno di 3 ore (spesso la sera dopo cena mentre vediamo la tv), da un mucchietto di polvere bianca e altre due o tre cosine si compie un miracolo, quasi una cerimonia, che accomuna i popoli, poveri e ricchi, sviluppati o primitivi. Una magia, senza dubbio.

Dato che ora abbiamo più tempo, dato che siamo relegati in casa, oltre a giocare coi nostri bambini e guardare la tv svogliatamente, possiamo diventare alchimisti e metterci a cucinare.

Vi regalo la ricetta che uso io, sperando di farvi un bel dono:

  • 500 grammi di farina (io spesso mischio una maggior parte di farina bianca 00 o 0 con una integrale, o mais o semola)
  • 1 busta o un panetto di lievito di birra sciolto in acqua tiepida (vedi prossimo ingrediente)
  • 300 ml di acqua tiepida
  • 1 cucchiaio di sale
  • 1 cucchiaio di zucchero

Inoltre aggiungo quasi sempre uno o piu di questi ingredienti:

  • semi vari (lino, girasole, canapa, soia, papavero, chia, sesamo, ecc…)
  • frutta secca (noci, fichi, uvetta, mandorle, nocciole) intera o spezzata
  • polveri (curcuma, etc.)

Procedo così:

In planetaria mischio gli ingredienti secchi e i semi-frutta. Sciolgo il lievito in acqua tiepida. Aggiungo a filo l’acqua alle polveri. Impasto per 1 minuto alla minima velocità e per 4 minuti a velocità 1. Lascio lievitare per 1 ora nella bacinella coperta da un panno o una cuffietta per la doccia pulita a circa 27 gradi. Reimpasto per 1 minuto e verso nello stampo o formo le palline. Copro e lascio lievitare altri 40minuti. Scaldo il forno a 240 gradi, scopro l’impasto, lo modello a piacere (facendo un taglio per il lungo o una croce), lo spennello con acqua e inforno per circa 40 minuti.

Et voilà. Tanto semplice, tanto miracoloso. Mentre procede la cottura un profumo inebriante riempie la cucina e io sono felice. Spero possiate anche voi condividere con me questa piccola grande gioia della vita.

Bosco

Oggi sono uscita, con mio marito e il nostro Labrador. Data la situazione di pandemia globale, non ci è permesso di fare altro che stare in casa, oppure uscire per fare attività all’aperto evitando i raggruppamenti di persone. Quale idea migliore che una passeggiata nel bosco?

Attività a costo zero, sempre disponibile e soprattutto salutare, seguire un sentiero tra gli alberi e i gentili fiori che sbucano dalle foglie e dai ricci morti dell’autunno è un modo minimalista, ma efficace, per farsi del bene. Il termometro sfiora i 20 gradi, un po’ tanto per un mese di marzo funestato da una situazione che nessuno di noi avrebbe mai immaginato di vivere.

Eppure la natura continua il suo lavoro, indifferente ai patimenti umani. Gli uccelli si dicono cose incomprensibili da un albero all’altro, le farfalle danzano nel sole, le gemme sono di un verde vivace e noi dobbiamo solo farci rapire da questo grazioso teatro che ci si apre davanti a ogni passo. Sembra incredibile che tra le mura degli ospedali ci sia l’inferno.

I giapponesi chiamano shinrin-yokubagno nella foresta– il farsi assorbire e l’assorbire in noi il bosco. Ne conoscono i benefici sulla psiche e sul corpo umano al punto da farlo sovvenzionare dal sistema sanitario nazionale e studiarne gli effetti nelle università e cliniche (branca della medicina forestale).

Per il 99,9% della sua storia (5 milioni di anni) l’uomo è vissuto a contatto con la natura, e solo per il restante 0,01% ossia una manciata di centinaia di anni nelle città circondati da crescenti livelli di tecnologia. Noi abbiamo bisogno del bosco e della natura per riconnetterci con la nostra vera essenza.

La situazione attuale ci regala inaspettatamente l’occasione di farlo. Cogliamola!

Progetto 333

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Quanti in Italia conoscono Courtney Carver? Eppure il suo libro era proiettato sui pannelli luminosi di Times Square New York in questi giorni.

La Carver è l’ideatrice del progetto 333. Una sorridente signora americana in carriera che, quando diversi anni fa è stata colpita dalla Sclerosi Multipla, ha deciso di reinventarsi, dando la precedenza agli affetti e alle emozioni rispetto ai possedimenti materiali.

Cosciente che lo stress non fa altro che peggiorare i sintomi e debilitare il corpo umano, l’autrice si è orientata verso una vita svincolata dagli ingombri del materialismo, scegliendo di vivere più intensamente le relazioni e le esperienze della propria (incerta) esistenza.

In questo stato mentale è nato il “Project333“, che ora è diventato anche un libro.

Carver sfida -per gioco- a farcela per 3 mesi con solo, si fa per dire, 33 capi nell’armadio. Da qui il numero 333 che da il nome al tutto. Inclusi in questa capsula ci sono:

  • abbigliamento
  • scarpe
  • accessori
  • gioielli

Fuori dal conteggio troviamo:

  • fede nuziale
  • intimo
  • pigiami
  • abbigliamento da casa
  • abbigliamento sportivo (da usare solo a tal proposito)

I vantaggi di questa scelta temporanea, che potrebbe diventare uno stile di vita, sono evidenti: meno tempo per scegliere cosa mettersi per uscire, meno stress dovuto alle troppe cose inadeguate che conserviamo immotivatamente. Più libertà di pensare ad altro, insomma.

Io, dopo aver provato la 10×10 challenge, sostengo che si possa vivere anche con meno di 33 capi. Però a chi invece volesse tentare un approccio più soft (che forse non è così soft per tanti shopaholic), non resta che dare una chance a Courtney e al piacere di crearsi una capsule collection (micro selezione di vestiti) personale. Almeno per i prossimi 3 mesi!

Per approfondire: Courtney Carver – Project 333

Inferi

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Si dice: spazzare la polvere sotto al tappeto, per indicare l’atto di chi trova espedienti per nascondere la propria sporcizia fisica e figurata alla vista, senza eliminarla propriamente.

Questo è esattamente quello che è successo con la taverna di casa nostra. Al piano interrato della nostra villa c’è l’equivalente in metratura del piano terra adibito a bar, camera degli ospiti, lavanderia, palestra e sgabuzzino. Uno spazio non piccolo: in sostanza, un altro appartamento. Purtroppo ha il soffitto basso ed entra poca luce, quindi per molto tempo ho evitato di restare giù più del necessario. Non mi piaceva affatto.

Inconsciamente però la sensazione sgradevole e a tratti inquietante veniva da altro.

Sin dal 2004 ovvero quando mi sono trasferita qui con i miei genitori e mia sorella, la taverna è diventata una sorta di grande ripostiglio. Un posto dove portare, abbandonare e spesso dimenticare di tutto.

E quando dico di tutto includo: documenti della casa, documenti scolastici, utensili e altre mille cosine per i lavori, libri, vestiti, coperte, asciugamani, lavoretti scolastici, giocattoli, insomma tutto quello che ci eravamo portati dietro dai due traslochi precedenti + le cose “ereditate” dalla casa dei genitori di mamma deceduti, e altra roba, che avremmo potuto arredarci altre due o tre case. Poi siamo subentrati io e mio marito, ai tempi ancora fidanzati.

L’apice l’abbiamo toccato quando oltre a quanto suddetto, si sono aggiunti i nostri scatoloni. Non si sapeva più dove camminare. Non si vedeva il fondo dei ripiani e delle mesole tanta era la roba stipata. In dialetto milanese si dice “un rebelòtt” (in italiano, un casino).

Le volte che scendevo, tornavo su quasi correndo. Sentivo i fantasmi che mi rincorrevano, avevo letteralmente i brividi alla schiena.

Odiavo la taverna perché a spanne sapevo cosa conteneva, ma di fatto era tutto ammassato, confuso, messo così da altri. Era inquietante. Le cose appartenute ai nonni morti, i pezzi del nostro passato urlavano dai loro angoli bui. Evitavo di stare lì da sola.

Lo so è irrazionale. Ma mi sentivo così.

Ora che la gran parte di quelle cose ha lasciato la nostra casa (e la taverna), ora che i muri bianchi e i pavimenti sgombri regalano silenzio e pace, ora che so con esattezza o quasi cosa c’è e dov’è, i fantasmi tacciono. Il passato sonnecchia dentro a qualche scatola piccola e ordinata.

E’ stato difficile. Ci sono ancora tanti oggetti che non ho il coraggio di eliminare, sembra di sentirle le persone che me li hanno fatti o regalati e la voce di mia madre… “questo era di mia mamma”, “questo l’ha fatto a maglia la prozia”… Guardo le mie smemorande alte tre volte tanto il loro normale volume, i miei diari di adolescente che contengono segreti impronunciabili.

I fantasmi in parte abitano ancora gli inferi della mia casa e del mio inconscio, ma conosco la loro voce e in qualche modo abbiamo imparato a convivere.

Porsi degli obiettivi

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Scegliere la via minimalista non è una decisione semplice, almeno per la maggior parte di noi, nati nel benessere, ma soprattutto nel consumismo.

La ninnananna di molti bambini è la pubblicità e non è raro sentire i piccoli canticchiare la musichetta di qualche spot. Ti entrano nel cervello non appena vieni al mondo. Consumare, vendere, comprare, sono gli imperativi dei giorni nostri.

Svincolarsi da un comportamento che ci impregna dalla nascita richiede una forte motivazione. I vantaggi esistono. I benefici documentati da chi ci è passato sono fuori dubbio. Io posso dire di aver sperimentato in prima persona, per la prima volta nella mia vita da quando due anni fa ho iniziato questo percorso, il benessere che porta il possedere meno.

Per partire in questa avventura elettrizzante, che passerà inevitabilmente attraverso tunnel di dolore, nostalgia, senso di colpa, dubbi, frustrazione, bisogna aver chiaro in mente la meta. Se non quella, almeno un primo stadio in cui qualcosa cambierà. Un nuovo inizio.

Quando io ho iniziato, volevo che il passato incarnato in tutti gli oggetti che morbosamente conservavo in ogni angolo della casa (abiti, articoli scolastici, souvenir, lettere, biglietti, diari, fotografie, attrezzatura sportiva, materiale per hobby) lasciassero spazio al presente.

Lasciassero spazio.

Mi sono sposata e pensiamo di avere un figlio. Gli occhi devono rivolgersi al futuro, la casa non può e non deve essere il museo storico di quello che è successo prima. Basta la memoria per contenere i ricordi, che sono nel cuore e non negli oggetti.

Mi sono detta anche che terminato il percorso di eliminazione – che somiglia allo spoglio di una cipolla o al taglio di un diamante dalla pietra grezza – mi metterò seriamente a dieta e voglio riprendere a fare yoga (che mi piace tantissimo, ma che non pratico perche la pigrizia e le distrazioni mi deviano).

Uno step alla volta. Non si possono indossare due scarpe. Non si può vivere intenzionalmente e nel presente se la mente è continuamente attirata da altre cose.

Visualizzate i vostri obiettivi. Scriveteli su un biglietto di carta preziosa. Saranno la vostra stella polare in questa navigazione turbolenta verso un mondo nuovo e meraviglioso.

Döstädning: le pulizie finali

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Anche in questo caso c’è lo zampino di una svedese. Per la precisione tale Margareta Magnusson, una simpatica signora che, abbondantemente passata l’ottantina, ha scritto un libretto tutt’altro che triste su come comportarsi in previsione del destino che attende tutti: la fine della vita.

L’autrice racconta con ironia come, dopo la morte del marito, abbia dovuto fare i conti con le cose che lui aveva lasciato in casa (e non poche). Da questo prende spunto per una serie di consigli utili anche per chi non ha in programma di abbandonare a breve questo mondo.

Magnusson suggerisce di avviare gentilmente il discorso con gli interessati (genitori, nonni, persone anziane care) e partendo dalle cose più ingombranti come la mobilia, iniziare a minimizzare il contenuto delle abitazioni (anche per rendere agevole la vita a persone che faticano sempre di più a muoversi e a prendersi cura delle cose presenti in casa).

Non è consigliabile partire dalle cose piccole e dagli oggetti di valore sentimentale, per non perdersi subito dentro ai ricordi (talvolta dolorosi). Questi andranno trattati in un secondo momento, dedicando loro tempo e luogo adeguati. Al via lo sfoltimento del contenuto di armadi che siano di vestiti o di regali mai utilizzati.

Al fine di preservare ciò che è emotivamente prezioso, suggerisce di tenere per sé una scatola di cose intime e personali, che potranno essere però eliminate senza imbarazzo da chi le troverà alla dipartita del proprietario. Donando il superfluo, sarà piacevole immaginare a chi andranno le cose scartate, che potranno vivere una nuova vita: nipoti, amici, figli, senza però caricare nessuno di doni indesiderati.

Il dostadning è tipicamente indicato per le persone anziane, ma non è sbagliato prenderlo in considerazione a qualsiasi età. La vita è imprevedibile e nessuno vorrebbe mai lasciare ai propri congiunti la scoperta dei propri diari segreti o delle collezioni più improbabili e inaspettate. Senza contare che la perdita di un famigliare è già di per se dolorosa, perciò sarebbe meglio risparmiare ai nostri cari l’onere di passare in rassegna una montagna di cose cariche di ricordi ancora freschi.

Non rimane che iniziare a pensarci subito: è un atto liberatorio per noi e di grande generosità per le persone a cui vogliamo bene.

Per approfondire: Margareta Magnusson – L’arte svedese di mettere in ordine