Comfort Zone

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Osservo mia madre, lei non butterebbe via mai niente. E prima di lei mia nonna. Mentre riordiniamo, cercando di far entrare in un armadio a due ante tutto quello che riguarda stoffe-cucito-pezze-bordi di pizzo e macramè-paillettes e affini, lei ripone con cura quei pezzetti di tessuto come se fossero gioielli preziosi in diverse scatole. Tante scatole. “Mio nonno aveva una bancarella al mercato con quei pizzi…” Forse il problema è quello, il legame affettivo.

Non voglio e non riesco a credere che mia madre conservi delle paillettes realmente convinta che un domani possano servirle. Erano quelle che usava per ricamare i miei costumi per il pattinaggio, quando ero bambina. Sono passati 25 anni.

Nella sua libreria in salotto una macchia verde acceso ruba la scena. Centinaia di riviste Gardenia, lette, rilette, consunte. Neanche quelle è pensabile eliminarle, anche se sono brutte da vedere, anche se ormai le conosce a memoria.

E così per tutto. Nei cassetti della sua cucina si possono scovare contenitori di ogni forma, chiaramente in sovrannumero per una persona che vive da sola. Lei è anche una di quelli che tengono i vestiti per stare in casa. Io li ho eliminati tutti, ho solo una tuta per mettermi più comoda, ma tendenzialmente cerco di vestirmi con le cose che uso fuori, anche tra le mura domestiche. Mia madre sembra essere votata alla previdenza in ogni ambito. Ma è davvero così, o sono altri i motivi che la spingono a conservare tutto?

La situazione mi è famigliare, ci sono cresciuta insieme a mia madre e alle sue cose, e io stessa ero sommersa dalle mie cose. Ma da quando aspiro al minimalismo certi atteggiamenti mi riescono difficili da capire. Ci leggo una paura di fondo, e forse con un po’ di spocchia vorrei aiutarla a superarla. Ho il “brutto” vizio di cercare di aiutare le persone, quando sono convinta di una teoria.

Queste molte righe servono come esempio per spiegare come le persone si aggrappino alle cose, sacrificando il proprio spazio e una certa dose di creatività, semplicemente per la paura del salto nel buio, di quel momento in cui eliminare cose superflue getta nel terrore di trovarsi in difficoltà nel futuro. Il mantra di questo tipo di persone è “lo tengo perche potrebbe tornarmi utile”.

Costoro conservano per non uscire dalla Comfort Zone. Non mollano la presa per la paura di affogare: le cose sono il loro salvagente. Manca la fiducia di sapersela cavare nonostante l’aver detto addio a cio che abitava con noi da sempre. Manca quel pizzico di follia che ti fa prendere un oggetto che ormai è parte dell’arredamento, della casa, una presenza costante nell’armadio, e te lo fa mettere in uno scatolone per venderlo o regalarlo. Sai benissimo che non ti serve. Ma non è solo pigrizia, è qualcosa di più, perché eliminare mette a confronto con sentimenti scomodi, ricordi ingombranti, spesso dolorosi.

Sbarazzarsi di qualcosa mette a nudo, spoglia la casa come tu ti spoglieresti di un vestito che sai che non ti sta bene ma che ti ostini a portare. Però ti da la possibilità di ricominciare, ti dà una nuova chance. Puoi comprarti un vestito migliore, puoi usarne uno che tenevi solo per le belle occasioni. L’importante è mollare la presa, rilassarsi e avere fiducia.

La vita incomincia fuori dalla Comfort Zone.

L’utile e il dilettevole

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Nella mia esperienza da minimalista ho capito una cosa. Qualsiasi oggetto noi possediamo deve appartenere a una di queste due categorie: essere utile oppure essere fonte di piacere.

È facile diventare minimalista, o almeno provarci, se riusciamo ad ascrivere le nostre cose -proprio tutte- entro queste due classificazioni: cose che hanno un’utilità, uno scopo e cose che ci arrecano gioia nel fruirne, nel godercele.

Le cose utili devono essere la maggior parte e spaziano dagli abiti, agli utensili da cucina e per la casa, i documenti da conservare, l’auto (una sola!) e tutto ciò che serve a migliorarci l’esistenza. Sono le cose che sono state inventate nel tempo per alleviare la fatica delle persone e agevolarle nella vita quotidiana. Nessuno penserà che un frigorifero sia bello e dia emozioni, ma serve ad uno scopo e ha ragion d’essere. Idem per un trapano o uno spazzolino da denti. Privarsi delle cose necessarie in nome di una vita semplice lo trovo un po’ masochistico e insensato. E’ vero che ci sono persone che sopravvivono con poco e niente, ma appunto, sopravvivono e incontrano non poche sfide nella quotidianità. In ogni caso il concetto di necessità è relativo e il confine tra utile e superfluo a volte si perde tra le pieghe delle esigenze personali. Quindi lavatevi pure corpo, capelli, piatti e vestiti con lo stesso tocco di sapone, ma sappiate che io lo trovo un sacrificio fuori luogo, a meno che non siate in serie ristrettezze o siate dei puristi dello zero waste.

Altro discorso sono le cose che ci danno piacere. In questa categoria finiscono tutti quegli oggetti che non servendo uno scopo direttamente legato alla nostra sopravvivenza, non si avvicinano nemmeno ad un concetto di reale utilità. Eppure le nostre case sono piene di ninnoli, soprammobili e i nostri cassetti pieni di gioielli e accessori. Le nostre soffitte pullulano di ricordi, le nostre pareti di quadri e le nostre dispense di leccornie che sappiamo benissimo far male alla linea. Eppure ci sono cose che ci riempiono di incanto e ci fanno provare quel piacere che rende la nostra vita migliore. Ci sono cose che esistono per alleviare la monotonia e rendere più piacevole il nostro viaggio.
Purtroppo spesso le persone confondono il fatto di possedere qualcosa per pura gioia, con l’accumulare cose che non sanno gettare via, così si ritrovano angoli e ripiani coperti di pupazzetti e oggettini polverosi, pance abbondanti di grasso, vite piene di impegni inutili, tutte cose di cui potrebbero tranquillamente fare a meno se solo scoprissero la meraviglia di lasciare andare.

Non c’è scusa che tenga. Non ci sono altre categorie se non l’utile e il dilettevole. Ma quest’ultimo va centellinato. Un buon vino non sarebbe speciale se potessimo berlo a ogni pasto. Il vestito buono passerebbe inosservato se ci vestissimo ogni giorno così. Un bel soprammobile, anche costoso, si perde in mezzo ad un esercito di cianfrusaglie, come un quadro di valore merita tutta la scena sulle pareti del nostro salotto. Impariamo ad apprezzare il vuoto. Perché è solo lui che può incorniciare qualcosa che merita di esser messo in risalto.

Io ho imparato a fare spazio. Auguro anche a voi un pieno di vuoto, per imparare infine a godere del poco.

Da dove iniziare

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Il minimalismo attrae sempre più persone oggi, ma tanti non sanno da dove cominciare il loro viaggio. La verità è che non c’è un percorso specifico per diventare minimalisti. Ci sono tante ragioni personali che sfociano nella necessità di smettere i panni del consumista per diventare persone illuminate, con gli occhi aperti su quello che è il vero senso della vita, che sicuramente è molto lontano dall’accumulare beni materiali.

Può darsi che la ragione sia una separazione, l’arrivo di un figlio, un lutto, un giovane che diventa una persona adulta, la voglia di mettere da parte il passato per cominciare una nuova vita. Sicuramente per tutti questi arriva un momento in cui scatta qualcosa nella testa: gli oggetti iniziano a contare sempre di meno, mentre la ricerca di un significato profondo diventa il senso dell’esistenza. Dietro alla voglia di minimizzare si trova sempre un passo in avanti nell’evoluzione personale, un’elevazione.

Ma da dove si comincia a sfoltire i propri possedimenti materiali? Sono sempre tante le persone che chiedono consigli, perché sopraffatte dalle cose e incapaci di trovare un punto da attaccare per cominciare. In molti si dicono, o meglio si credono, incapaci di lasciare andare le proprie cose, perché le hanno pagate tanto, perché gli ricordano qualcuno o semplicemente perché credono davvero di amarle, quelle cose. Ma se minimamente sentite dentro di voi il bisogno di fare spazio, ascoltate quella voce!

In linea generale si dovrebbe intaccare per prima la scorta di cose che non hanno un impatto emotivo su chi le possiede. Possono essere i vestiti, gli oggetti della cucina o del garage… Gli attrezzi. È davvero arduo pensare di diventare dei bravi minimalisti partendo col buttare via giochi d’infanzia, diari e lavoretti, fotografie, cimeli di relazioni finite. È invece molto più facile disfarsi di utensili che sono lì in fondo al cassetto da tempo immemore oppure di vestiti che invece che darci felicità quando li indossiamo, ci fanno sentire sgraziati e scomodi.

La guru di questo tipo di ragionamento è senza dubbio Marie Kondo, che nei suoi libri ha teorizzato un ordine preciso con cui andrebbero passate in rassegna tutte le cose che una persona possiede: Si parte dall’abbigliamento, per passare ai libri, poi carte e documenti, gli oggetti misti (komono) e infine i ricordi e gli articoli sentimentali ossia quelli a cui siamo legati emotivamente. Imparare a buttare via quello che non si ama e non serve è una disciplina che si apprende e che si allena man mano che si pratica. Non è detto che finito il giro di sfoltimento non sia abbia poi voglia di ricominciare un’altra volta. Da quando io ho iniziato nel 2017 a declutterare, non ho ancora smesso, perché man mano che si procede in questo percorso ti rendi conto che sono sempre le più le cose a cui puoi rinunciare, perché nulla aggiungono alla tua vita.

Non siate perfezionisti, non pretendete subito di ottenere la nuova casa e la nuova vita che avete in mente, ma godetevi la rinascita fermandovi di tanto in tanto ad osservare i miglioramenti che state compiendo. L’importante è muovere il primo passo nella direzione desiderata. Credeteci profondamente, abbiate fiducia in voi stessi, non ditevi che voi non siete capaci di eliminare, non raccontatevi scuse… Basta iniziare con un oggetto alla volta. Il minimalismo è davvero alla portata di tutti, basta aver ben chiaro in testa l’obiettivo per una nuova vita.