Comfort Zone

Photo by Markus Spiske on Pexels.com

Osservo mia madre, lei non butterebbe via mai niente. E prima di lei mia nonna. Mentre riordiniamo, cercando di far entrare in un armadio a due ante tutto quello che riguarda stoffe-cucito-pezze-bordi di pizzo e macramè-paillettes e affini, lei ripone con cura quei pezzetti di tessuto come se fossero gioielli preziosi in diverse scatole. Tante scatole. “Mio nonno aveva una bancarella al mercato con quei pizzi…” Forse il problema è quello, il legame affettivo.

Non voglio e non riesco a credere che mia madre conservi delle paillettes realmente convinta che un domani possano servirle. Erano quelle che usava per ricamare i miei costumi per il pattinaggio, quando ero bambina. Sono passati 25 anni.

Nella sua libreria in salotto una macchia verde acceso ruba la scena. Centinaia di riviste Gardenia, lette, rilette, consunte. Neanche quelle è pensabile eliminarle, anche se sono brutte da vedere, anche se ormai le conosce a memoria.

E così per tutto. Nei cassetti della sua cucina si possono scovare contenitori di ogni forma, chiaramente in sovrannumero per una persona che vive da sola. Lei è anche una di quelli che tengono i vestiti per stare in casa. Io li ho eliminati tutti, ho solo una tuta per mettermi più comoda, ma tendenzialmente cerco di vestirmi con le cose che uso fuori, anche tra le mura domestiche. Mia madre sembra essere votata alla previdenza in ogni ambito. Ma è davvero così, o sono altri i motivi che la spingono a conservare tutto?

La situazione mi è famigliare, ci sono cresciuta insieme a mia madre e alle sue cose, e io stessa ero sommersa dalle mie cose. Ma da quando aspiro al minimalismo certi atteggiamenti mi riescono difficili da capire. Ci leggo una paura di fondo, e forse con un po’ di spocchia vorrei aiutarla a superarla. Ho il “brutto” vizio di cercare di aiutare le persone, quando sono convinta di una teoria.

Queste molte righe servono come esempio per spiegare come le persone si aggrappino alle cose, sacrificando il proprio spazio e una certa dose di creatività, semplicemente per la paura del salto nel buio, di quel momento in cui eliminare cose superflue getta nel terrore di trovarsi in difficoltà nel futuro. Il mantra di questo tipo di persone è “lo tengo perche potrebbe tornarmi utile”.

Costoro conservano per non uscire dalla Comfort Zone. Non mollano la presa per la paura di affogare: le cose sono il loro salvagente. Manca la fiducia di sapersela cavare nonostante l’aver detto addio a cio che abitava con noi da sempre. Manca quel pizzico di follia che ti fa prendere un oggetto che ormai è parte dell’arredamento, della casa, una presenza costante nell’armadio, e te lo fa mettere in uno scatolone per venderlo o regalarlo. Sai benissimo che non ti serve. Ma non è solo pigrizia, è qualcosa di più, perché eliminare mette a confronto con sentimenti scomodi, ricordi ingombranti, spesso dolorosi.

Sbarazzarsi di qualcosa mette a nudo, spoglia la casa come tu ti spoglieresti di un vestito che sai che non ti sta bene ma che ti ostini a portare. Però ti da la possibilità di ricominciare, ti dà una nuova chance. Puoi comprarti un vestito migliore, puoi usarne uno che tenevi solo per le belle occasioni. L’importante è mollare la presa, rilassarsi e avere fiducia.

La vita incomincia fuori dalla Comfort Zone.

Un pensiero riguardo “Comfort Zone”

  1. Leggendo il tuo articolo ho rivisto me stessa con mia madre. Anche lei conservava tutto, scampoli di tessuto, vestiti che pensava di riadattare, ritagli di riviste con ricette di cucina…dopo aver affrontato tutto questo quando è mancata, e dopo aver dovuto svuotare la casa di mia zia, anche lei accumulatrice, mi sono avviata sempre più convinta sulla strada del minimalismo. Voglio vivere leggera, e soprattutto non lasciare mucchi di roba dietro di me, che qualcun’altro dovrà affrontare.
    Ps: questo è il blog italiano sul minimalismo che preferisco😊

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