Il day after

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Arriverà il giorno in cui finiremo di sgomberare casa. Arriverà anche il momento in cui ci chiederemo quale sarà la prossima mossa nella nostra nuova vita.

Eliminare il superfluo, infatti, è solo un passo di questo percorso, del quale l’obiettivo è principalmente cambiare la nostra forma mentale, più che arrivare ad abitare in case semi vuote.

Diventare minimalisti è una trasformazione che comincia abbandonando la fascinazione per le cose, il denaro, l’arrivismo, in favore della ricerca del significato più profondo del nostro stare al mondo.

Ci accorgiamo di aver afferrato il concetto quando smettiamo di essere invidiosi dei soldi e di quello che hanno ottenuto gli altri, quando quello che abbiamo, soprattutto sotto forma di amore e considerazione ci basta per essere contenti, e quando le esperienze contano più delle cose di cui ci riempiamo le case.

Lo svuotamento e l’alleggerimento non sono che un passaggio alla fine del quale troveremo, auspicabilmente, uno stile di vita meno materialista e più spirituale.

Essere minimalista infatti non significa, come osservo in molti social, vivere in case asettiche e bianche in stile scandinavo, ma significa imparare a fare a meno di tutto ciò che ci tira in basso (badate, senza ridursi a vivere miseramente!). Essere veri minimalisti significa alzare gli occhi in alto e verso le persone che amiamo.

Lasciare andare diventerà un mantra di vita, il distacco e la leggerezza il mezzo per evolverci. Il “gioco” di creare armadi capsula, cassetti organizzatissimi, superfici sgombre e outfit alla Steve Jobs non è che l’inizio dell’evoluzione. Non mi aspetto che tutti capiscano e improvvisamente si rendano conto che sfoggiare loghi e marchi non ci rende persone migliori o che tutti smettano di volere sempre di più come riempitivo di un’anima persa e superficiale. Sto semplicemente dicendo che non basta vivere con quattro cose per definirsi minimalisti. La vera differenza sta nello smettere di desiderare.

Non diventeremo monaci buddisti praticanti in uno schiocco di di dita. Ma senza l’abbandono del desiderio rimarremo sempre solo persone che se la cavano con qualche oggetto in meno degli altri. Nella vita non si smette mai di cercare e migliorarsi, e questo ambito merita una profonda riflessione. E voi cosa ne pensate? Buona domenica!

Essere sexy

Recentemente sono rimasta colpita da una pubblicità che passa in televisione. Non che sia la prima volta che si sente incitare una donna a essere più sexy. Quasi mai si parla di un uomo, in genere sono le donne che devono trasformarsi in bocconcini sessuali.

La pubblicità di per se è simpatica, c’è una bella ragazzotta curvy, che gioca con un mascara e alla fine della pubblicità dice “i’m sexy… I’m **** (non intendo affatto pubblicizzare quel marchio), associando il fatto di essere sessualmente appetibile al fatto di indossare quel mascara.

Io non sono una fervente femminista, ma mi chiedo per quale motivo una donna debba a tutti i costi basare la sua autostima sul fatto di essere in cima alla lista di quelle da portare a letto. Perché di fatto il problema è quello… Acquistare qualcosa, vestirsi in un determinato modo, truccarsi e apparire in maniera da migliorare la propria appetibilità. Siamo davvero così insicure? Il sesso è davvero così importante, tanto da essere usato come specchietto per le allodole per vendere? Evidentemente sì.

Sono stata protagonista di recente di accese discussioni sull’abbigliamento e su quanto siamo condizionati dall’apparire in un modo piuttosto che in un altro. Forse sono immune a questo tipo di problematiche, magari non del tutto, ma non credo di dover nulla a nessuno nelle mie scelte estetiche.

Allo stesso modo non vorrei mai che qualcuno mi scegliesse, ora non più dato che sono felicemente sposata, solo perché mi trova sexy. Non ho mai passato molto tempo a truccarmi o a pettinarmi, né ad agghindarmi in modo da mettere in bella mostra la mercanzia. Non mi interessa essere un oggetto. Non sono indifferente alla bellezza, ma è ciò che c’è dietro la maschera che mi prende.

Ho la presunzione di definirmi prima di tutto una mente, piuttosto che un corpo. Eppure vedo tantissima insicurezza intorno a me. Vedo tantissime donne cui manca soltanto la scritta “vendesi” stampata sulla maglietta. Tanto vuoto e tanta disperazione.

So che le mie parole sono pesanti, può darsi che quelli che lavorano nel campo dell’estetica e in parte anche della moda trovino offensive le mie affermazioni. Ma tant’è, e preferisco decisamente sentirmi dire di non essere fisicamente attraente, piuttosto che rinunciare a sentirmi dire di avere una bella testa.

Quindi no, non comprerò quel mascara perché non ho bisogno di sentirmi sexy. Non comprerò quel mascara, perché veicola un messaggio sbagliato. La cura personale deve essere prima di tutto un gesto di rispetto per se stessi, non una disperata richiesta di attenzione.

Vita di campagna

Passeggiando tra le vigne

Questo weekend sono stata in Veneto a trovare i parenti di mio marito. Me ne sono andata a malincuore, con l’anima gonfia di belle emozioni. Ho avuto modo di riflettere molto sullo stile di vita che conducono a queste persone: grandi lavoratori, grandi amanti della vita.

Dalle nostre parti, qui in Lombardia, siamo abituati ad una vita frenetica, ma a tratti sterile, fatta di mille impegni, dove però si perde il contatto con l’essenza della vita stessa.

Ci riempiamo la bocca e l’agenda, vantandoci di avere centomila cose da fare, tra corsi e lezioni per i bambini, ma finiti quelli siamo abituati a rinchiuderci in casa, barricati nel nostro perimetro. Quando va bene ci vediamo per una pizza con una coppia di amici il sabato sera.

Quello che ho assaggiato questo weekend ha il sapore della felicità: sveglia all’alba per lavorare le vigne, o per mandare avanti un’officina di successo. La sera però nessuno impedisce di ritrovarsi tutti insieme, e quando dico tutti insieme si parla di tavolata di 20 persone di tutte le età, per bere uno spritz e cenare a suon di soppressa scherzando e ridendo di cuore.

La vita semplice, la vita di campagna, è quella che ancora riesce a scaldarti l’anima, quella che ti dimostra che non c’è età per essere felici, e non c’è artificio o agenda eccessivamente affollata che tenga di fronte ai piaceri genuini, quei piaceri per cui non serve un portafoglio straripante, ma solo tanta voglia di condividere e di stare insieme, che noi dimentichiamo troppo spesso.

In Veneto, dalla mia famiglia acquisita, ho visto cosa significa fare comunità: poter contare uno sull’altro, sentirsi dire “qualsiasi cosa tu abbia bisogno io ci sono“. Trovare sempre la porta aperta, con un bicchiere di vino sulla tavola. Persone che si spaccano la schiena dalla mattina alla sera per lavorare e che mostrano con fierezza il frutto di una vita di impegno.

Sarò romantica, un po’ all’antica, ma sento molta più vicinanza con queste persone che con tante delle conoscenze che ho qui a casa. Forse perché le radici nella mia famiglia affondano in una terra non troppo lontana da quella di mio marito.

Respira

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In questo periodo, da circa un mese ho ricominciato a praticare Yoga. Assiduamente, ogni giorno, sempre più intensamente.

Di questa disciplina amo il beneficio che sento nel mio corpo a fine pratica. Sento la la flessibilità, la potenza e una sorta di euforia che rimane addosso, nonostante la fatica.

Alla base di tutto però ci sta solo una cosa: il respiro.

Respirare è la “molecola” che costruisce ogni cosa. E’ un atto elementare. Ma nella sua semplicità riesce a governare nel bene o nel male il nostro stato fisico e mentale.

Quando sei in ansia respiri superficialmente. Manca l’aria.

Quando sei rilassato invece le inspirazioni sono più basse e profonde nella pancia.

Sembra banale, ma cambia tutto. Il modo in cui respiriamo esprime i nostri sentimenti. I nostri sentimenti parlano attraverso il respiro.

Per una pratica Yoga basta poco. In realtà è sufficiente il tuo corpo e se vuoi un tappetino. Nessuna palestra o strumento tecnologico. Nessuna musica martellante né istruttori sudati che ti urlano cosa fare. E’ un esercizio estremamente minimale, ma di una potenza che ti cambia la vita.

Prova! Sdraiati. Metti una mano sulla pancia e una sul cuore. Svuota la mente e ascolta solo il flusso d’aria che come un’onda del mare va avanti e indietro dentro di te.

Rimani quanto vuoi.

Respira

Le mie vacanze

Costa Azzurra, vacanze 2020, estate sottotono per via di tutte queste mascherine e questo gel disinfettante. La gente che ha paura di tossire in pubblico e la gente che non mette le protezioni nemmeno in mezzo alla calca.

Ma come tutti gli anni una cosa non cambia, lo sfarzo, le auto di lusso, le ville con piscina a picco sul mare, le cene a lume di candela in ristoranti “leccati” con donne tutte botox e lustrini.

A questo si contrappone la bellezza prepotente della natura e del mare, le colline verdi e le rocce rossastre e gialle. La canicola e la brezza, i panorami che si aprono all’improvviso togliendo il fiato. Ogni volta che vengo qui amore e odio si combattono aspramente, lasciandomi esausta, ma sempre desiderosa di tornare.

Non sono una delle persone che ambisce a spendere una mensilità in champagne e frutti di mare o facendo il pieno ad un suv di alta gamma, perché la mia Peugeottina mi basta per arrampicarsi su e giù per le colline, i tornanti e le viuzze bordate di plumbago. Mi vesto sportiva quest’anno, non mi interessa di sfoggiare abiti firmati o bikini da influencer (anche perché il mio fisico non me lo permette). Scarpe da ginnastica leggere e comode sono quello che serve per gironzolare per le strade assolate.

Il minimalismo mi ha insegnato a godere della vita, al di la di quello che ti vogliono far credere che serva per vivere a pieno. Mi rendo conto che essere a spasso per località turistiche alla moda sia un invito a spendere, tra una vetrina di vestiti svolazzanti e una bancarella di prodotti tipici, ma ho imparato a moderarmi.

Compro qualcosa, ma riesco serenamente a dire di no a tanto altro. Non voglio fare i conti col senso di colpa e so di non aver bisogno di niente.

Non provo invidia per i ricchi che vivono o vengono in vacanza in Costa Azzurra. Non mi interessano le loro barche smisurate o i loro suv ingombranti.

Io, mio marito e il nostro Labrador insieme siamo tutto quello che mi da pace. La mia anima è in pace. Il lusso è riempirsi la bocca di buon cibo e gli occhi del blu di mare e cielo.

Avere di più, sempre di più, non sarà abbastanza. Ma se impariamo a rinunciare, a non desiderare, a guardare oltre, potremo davvero arrivare ovunque. Le cose importanti della vita non sono a misura di portafoglio.

Attività storiche e shopping di prossimità

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C’era una volta il mondo di una volta.

C’era una volta le famiglie numerose che però vivevano con meno. I supermercati sono affare relativamente recente, si parla dell’inizio del 1900. Prima si acquistava nei mercati e nei negozi di quartiere. Nelle botteghe, nelle drogherie, dagli artigiani.

Ho un’idea piuttosto romantica dello shopping di prossimità. Il commerciante che conosce i suoi clienti, che li saluta per nome, che sa già quello che piace alla signora Maria e quello che lo scapolo passa a prendere quando rientra dal lavoro. Il sarto che ti cuce i vestiti su misura, il ciabattino che ti ripara le scarpe buone e il panettiere che ti mette da parte il pane in un sacchetto che profuma di meraviglia.

Quando ero piccola e vivevo a Milano, due portoni dopo il nostro c’era un macellaio. Capelli corvini, baffetto, camice bianco. Mia madre spesso si fermava a comprare da lui prima di tornare a casa. Lui era molto cordiale e ci salutava sempre. Me lo ricordo ancora, anche se sono passati 30 anni e i suoi capelli non sono più corvini. Però sono contenta che sia ancora lì, con la sua botteghina, nonostante il tempo e la concorrenza dei supermercati.

Sono poche le attività storiche che sono sopravvissute alla grande distribuzione, ad Amazon, alla crisi e ora anche al Covid. Ma il loro valore è impagabile. Le persone che le animano sono impagabili. Strozzate da quanto detto, portano avanti con coraggio la battaglia di chi conosce e di chi sa fare, contro all’anonimato di internet e degli ipermercati. La loro merce costa di più, ma in quell’etichetta sono contenuti, oltre al prodotto, la conoscenza, l’attenzione al cliente, una selezione accurata, gli affitti nei centri storici. E’ una battaglia impari. Ma noi abbiamo le nostre responsabilità.

Sì anche noi minimalisti. Noi che conosciamo il valore del poco ma buono, noi che possiamo fare a meno di stipare gli armadi e il frigorifero, noi che “meglio un buon gambero pescato fresco, che tre scatole di surgelato”. Noi che meglio un abito da commercio etico, che il pacco di magliette a 10 euro. Noi che il pane industriale non sarà mai all’altezza dello sfilatino artigianale ai semi.

Le attività storiche stanno morendo, ma qualcuno ancora resiste. E’ una scelta responsabile, quella di puntare sul poco ma di qualità e trasmettere ai nostri congiunti questo mantra. Dobbiamo diffondere questa convinzione.

Anche io vado al supermercato e anche io mi faccio tentare (ormai raramente) dal fast fashion. Ma ho parlato con i commercianti di quartiere, li ho intervistati e ho scritto le loro storie. Ho appreso la fatica che sta dietro alla coltelleria Gianola del centro di Varese che da un secolo affila a mano le lame dei clienti. Oggi c’è una donna a capo del negozio, una gran donna. Ho parlato con il pescivendolo Piccinelli di corso Matteotti e ho sentito delle sue sveglie all’alba. Ho assaggiato i prodotti che vende, preparando in casa mia un sugo di pesce da ristorante. Mi sono fatta inebriare dai profumi della drogheria Vercellini e solo lì ho trovato la fava tonka per i miei dolci , tirata fuori da un barattolo dalle mani nodose della vedova ormai anziana, ma dalla tempra d’acciaio.

Capisco le esigenze delle famiglie di oggi con i soldi contati e poco tempo per la spesa. Conosco la comodità di trovare tutto al supermercato senza dover girare di bottega in bottega. Ma ci perdiamo qualcosa, dimenticando i negozietti. Concedetevi la gioia di fare compere come una volta. Non sempre c’è fretta. Rallentate.

Ricordate che meno è meglio. Ma che sia davvero il massimo che potete concedervi.

Borsa minimalista

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Siamo donne, con le nostre esigenze, i nostri capricci, le nostre ansie. Siamo donne e ci portiamo appresso quasi sempre una borsa che contiene le cose che ci servono e placano la paura di essere impreparate di fronte al mondo. Chi piu chi meno si distrugge le spalle con carichi che io considero inappropriati. Ma io, come avrete capito, vivo ad un livello di “menefreghismo“, di alzata di spalle, che mi tiene lontano da quello che invece per altre è vissuto come necessario.

Parliamo della borsa delle donne.
Un argomento che spesso viene citato nei forum che trattano di minimalismo, che però rimane in quella sfera di arbitrarietà, che lo rende difficile da definire. Se non esiste una regola per la borsa minimalista, posso dirvi cosa c’è e cosa non troverete nella mia.

Partiamo dal fatto che io ormai da quasi 3 anni viaggio “zainata”, ossia ho detto basta alle borse che mi rendevano la schiena asimmetrica e storta. Lo zainetto è stato una rivelazione. Mai più spalle contratte, mai più mani occupate. Un piccolo sac a dos in pelle (prima uno nero, poi adesso color cuoio che sta bene con tutto), di un marchio che prometta una buona durata rispetto all’uso quotidiano, e io sono a posto. Mattina, pomeriggio e spesso anche la sera. Non sono mai stata una maniaca delle borse, preferivo i bijou e le scarpe. Ma fortunatamente mi sono liberata anche da quelle manie.

Gli irrinunciabili nel mio piccolo ma prezioso bagaglio sono:

  • il portafoglio: di qualità e (per via di un regalo inaspettato) di una famosa marca con il monogramma. Di medio-grandi dimensioni per contenere tutto senza sembrare un panino imbottito, tiene qualche spiccio, le poche tessere che non sono state salvate su Stocard, i documenti e qualche mio biglietto da visita. Non si sa mai che a qualcuno serva un fotografo, parlando del più e del meno!
  • le chiavi di casa e della macchina, solo mentre sono in giro, se no le poso in casa.
  • sacchettini per il cane: sono una padrona civile ed educata.
  • un fazzoletto di stoffa, utile più d’inverno che d’estate.
  • da buona ansiosa non esco senza la mia piccola ma fornita trousse dei medicinali: antidolorifico, qualcosa per lo stomaco, burrocacao, micro coltellino svizzero di circa 6-7 centimetri, ma che mi ha già risolto tantissime situazioni. Tutto questo compresso in circa 10 centimetri di stoffa.
  • l’iPhone: croce e delizia, ammetto di ritenerlo uno dei pochi oggetti irrinunciabili senza il quale sarei abbastanza nella cacca. non fosse altro che per il navigatore, la sveglia, la fotocamera, l’email, le notizie, la musica in macchina, il portatessere, i libri, i pagamenti elettronici. Detto niente vero? Forse li vale i soldi che costa, quella tavoletta diabolica.

Ecco. Questo è il mondo che mi porto appresso. Tanto? Poco? Si sa il minimalismo è un affare personale. Sicuramente posso fare a meno di pesanti bottigliette d’acqua, di pacchetti di cracker o altro cibo di salvataggio. Non necessito di infilare nello zaino pc e libri pesanti. Non mi trucco praticamente nemmeno a casa, quindi tantomeno fuori. I miei mazzi di chiavi non hanno pesanti e ingombranti pupazzetti. Il mio portafoglio non contiene altro che lo stretto necessario.

Questo è, se vi pare e piace. Un consiglio… date una chance allo zainetto. Non sarà raffinato come una Chanel trapuntata, né modaiolo come una LV, ma in fondo, ricordatevelo, non serve essere una pubblicità ambulante per vivere bene, anzi…

Minimalisti in viaggio

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Nonostante tutto, nonostante il Covid e le incertezze sono pronta per partire per le vacanze. Nel post di questa settimana parlerò del bagaglio di una minimalista.

Come sapete le cose non sono sempre state così. Nella mia “vita precedente” sono caduta anche io nel tranello di stipare mezzo armadio in un bagaglio a mano… L’insicurezza la faceva da padrone. Perché è scegliere tra il costume intero e il bikini? Li infilavo in borsa tutti e due. Una salvietta sola per la spiaggia non era sufficiente, meglio portarne un paio, o forse tre. Indispensabile un cambio, che dico uno, qualche cambio per la sera, scarpe abbinate e borsetta… E il trucco chiaramente, non fosse mai che mi vedessero struccata. Per il giorno pantaloncini, magliette, vestiti leggeri, sandali , Ciabatte di gomma, scarpe da tennis. E poi libri, parole crociate, macchina fotografica, qualcosa per scrivere… mi sono sempre portata dietro il doppio o il triplo di tutto per paura di non avere cambi sufficienti, di annoiarmi… E sapete cosa? Alla fine metà delle cose che mi sono trascinata dietro è sempre rimasta nell’armadio o direttamente in valigia.

Ho sempre odiato pensare ai bagagli per le vacanze o per un qualsiasi viaggio, tanto da ridurmi la mattina stessa a prepararli. Questo perché l’indecisione su cosa portare mi faceva impazzire al punto di procrastinare fino all’ultimo (tradotto, la mattina stessa!). Ovviamente questo ritardava le partenze e scatenava liti con i miei compagni di viaggio.

A dire la verità anche adesso che sono una persona più semplice, non ho iniziato ad amare i preparativi per le vacanze. Anche ora infatti mi riduco all’ultimo minuto a infilare le cose in borsa, però l’operazione è decisamente più agevole grazie a due fattori: realizzo una lista dettagliata di ciò che mi serve grazie ad un’applicazione che si chiama Packpoint e inoltre ho ridotto drasticamente il numero di cose da portare via in ogni caso.

Se vado al mare porto una salvietta da spiaggia che eventualmente laverò sul posto, un costume e un cambio per quando il primo è bagnato, una scarpa e due o tre cambi da giorno, un sandalo che va bene anche per far la doccia e qualcosa di più carino per la sera. Mi sono abituata a cercare le lavanderie durante i viaggi perciò carico lo stretto necessario e a metà vacanza lavo tutto in modo da non dovermi portare troppo ingombro inutile. Oltretutto ormai possiedo talmente pochi vestiti che quello che mi porto dietro è quasi tutto quello che possiedo, e va bene così.

Quando il soggiorno è in appartamento adoro comprare il cibo nei supermercati e nei negozi locali… È una bellissima esperienza conoscere la cultura alimentare dei posti che si visitano! E se proprio manca la pasta me la porto da casa.

Trascinarsi dietro carichi assurdamente pesanti, come ricordo di aver fatto quando sono tornata dagli Stati Uniti (quando avevo 50 kg di valigia, 8 ore di volo e altrettante in treno), è sintomo di ansia e paura dell’ignoto. Lasciare il proprio nido per tante persone è destabilizzante, ed è proprio per questo che si portano dietro mezza casa: per ricreare ciò che per loro scelta decidono di abbandonare per qualche giorno. Non arriverò a dire che per andare in vacanza ci vuole coraggio, ma per vivere ci vuole quel pizzico di curiosità e incoscienza che fa sembrare tutto più leggero. E se proprio rimanete senza magliette potete sempre concedervi dello spensierato shopping… per una volta non guasta… ma vedrete che non ce ne sarà bisogno. All’avventura!

Nel prossimo post vi racconterò cosa metterò in valigia quest’anno: Stay tuned! E non dimenticatevi di sottoscrivere la newsletter del mia blog cliccando sul tasto “Segui” in basso a destra nella homepage. Grazie

Minimizzare i libri

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Leggere che passione! In casa mia con 4 persone e altrettanti cervelli dagli interessi più disparati si sono accumulati centinaia di libri, cui si sono aggiunti quelli di mio marito, quando siamo venuti a vivere nella casa di famiglia.

I volumi si sa però, dopo averli letti, il più delle volte vengono parcheggiati sugli scaffali a tempo indeterminato trasformandosi in una variopinta calamita per la polvere. Nella mia esperienza mi sono accorta che conservare ciò che si è letto rappresenta un vanto per i possessori, un modo per dire: “Guarda come sono erudito!”, sfoggiando librerie stracolme di titoli più o meno altisonanti. In aggiunta a questo, sento di tantissime persone che si “affezionano” alle loro letture, conservandole come feticci.

Ma quante volte rileggiamo davvero quanto letto? E quante volte abbandoniamo dei testi a metà, perché noiosi o diversi da ciò che ci aspettavamo? Li rimettiamo sullo scaffale, carichi di senso di colpa, dicendoci che prima o poi li finiremo. Quel giorno però non arriva mai. Se una cosa non ci piace oggi è difficile che per incanto domani diventi la nostra preferita. E non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo per forza torturarci a terminare qualcosa che non fa per noi.

Arriviamo così a possedere centinaia di volumi, e un giorno ci rendiamo conto che sentiamo il bisogno di respirare, di fare spazio, di alleggerire quel carico minaccioso che ci guarda dall’alto ogni volta che rientriamo a casa. Qui è stato molto difficile convincere i miei genitori e mio marito a dar via una parte dei loro libri, mentre per me, rasserenata dall’abitudine di leggere in digitale, è stato semplicemente un sollievo.

Un giorno ho “rapito” mia madre, dopo insistenti richieste e dopo il suo costante rifiuto, e abbiamo svuotato tutte le librerie di casa. Sparsi sul pavimento ci saranno state diverse centinaia libri, di ogni sorta, dal manuale della brava casalinga al romanzo gotico, dal saggio sull’islam ai testi di psicologia. Mi sentivo sopraffatta da quella mole di carta. Uno a uno li abbiamo vagliati, cercando di decidere cosa valesse la pena di tenere. Abbiamo fatto degli scatoloni con quelli di mio padre, che però si è ben prestato a donare tanti dei romanzi thriller già “consumati”. Mio marito ha impacchettato e portato nella soffitta dei suoi una parte della sua collezione di fumetti. Esito della cernita è stato far di tre librerie piene una scarsa. Il problema si è presentato al momento di liberare il pavimento dai “caduti”.

Per voi ora vi elenco come ho proceduto, premettendo che oggi liberarsi dei libri (senza nemmeno prendere in considerazione la discarica-sacrilegio!) non è affatto cosa semplice!

  • fase 1: Ho portato al Libraccio tutto ciò che era vendibile. Non si guadagna che qualche spiccio, ma è meglio che niente. In alternativa si puo compilare un elenco online e farseli ritirare a casa.
  • fase 2: ho messo annunci di vendita su internet, ma purtroppo non ha funzionato. meglio allora optare per mettere un banchetto in qualche mercatino di quartiere
  • fase 3: ho messo annunci di regalo su internet. Quasi stesso esito se non per qualche enciclopedia specifica. Pare che a nessuno interessi più leggere. Nemmeno alle biblioteche li hanno voluti in dono.
  • fase 4: per fortuna, al colmo della disperazione, ho trovato una comunità di recupero (tale Exodus di Don Mazzi a Gallarate), che ha gentilmente ritirato i 10 sacchi di materiale che gli ho portato. E’ stato un sollievo.

Morale della favola, i libri sono belli, utili, fanno sognare e soprattutto ci arricchiscono culturalmente. Ma siate selettivi negli acquisti. Comprate in cartaceo solo ciò che pensate di rileggere nel tempo, ciò che è per voi davvero speciale. Per tutto il resto esistono valide alternative come noleggiarli in biblioteca, farseli prestare da amici e parenti, scovare gruppi di lettura dove li scambiano e soprattutto la soluzione che preferisco, per non uccidere completamente il mercato e gli autori, è comprare in digitale.
Che siano iBooks di Apple, Kindle, Kobo e affini, leggere su supporti elettronici è la soluzione migliore per chi scrive e per chi non intende (più) riempirsi casa di tomi polverosi. Stessa cosa per chi vuole regalare. Una tessera della biblioteca o un abbonamento digitale faranno al caso vostro.

Infine l’odore dei libri, si sa, è per molti meglio di Chanel n.5, quindi non sarò io a dire di negarvi il piacere di sfogliare qualche pagina fisica. Ma che sia accuratamente selezionata, in buon stile minimalista. Buona lettura!

Comfort Zone

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Osservo mia madre, lei non butterebbe via mai niente. E prima di lei mia nonna. Mentre riordiniamo, cercando di far entrare in un armadio a due ante tutto quello che riguarda stoffe-cucito-pezze-bordi di pizzo e macramè-paillettes e affini, lei ripone con cura quei pezzetti di tessuto come se fossero gioielli preziosi in diverse scatole. Tante scatole. “Mio nonno aveva una bancarella al mercato con quei pizzi…” Forse il problema è quello, il legame affettivo.

Non voglio e non riesco a credere che mia madre conservi delle paillettes realmente convinta che un domani possano servirle. Erano quelle che usava per ricamare i miei costumi per il pattinaggio, quando ero bambina. Sono passati 25 anni.

Nella sua libreria in salotto una macchia verde acceso ruba la scena. Centinaia di riviste Gardenia, lette, rilette, consunte. Neanche quelle è pensabile eliminarle, anche se sono brutte da vedere, anche se ormai le conosce a memoria.

E così per tutto. Nei cassetti della sua cucina si possono scovare contenitori di ogni forma, chiaramente in sovrannumero per una persona che vive da sola. Lei è anche una di quelli che tengono i vestiti per stare in casa. Io li ho eliminati tutti, ho solo una tuta per mettermi più comoda, ma tendenzialmente cerco di vestirmi con le cose che uso fuori, anche tra le mura domestiche. Mia madre sembra essere votata alla previdenza in ogni ambito. Ma è davvero così, o sono altri i motivi che la spingono a conservare tutto?

La situazione mi è famigliare, ci sono cresciuta insieme a mia madre e alle sue cose, e io stessa ero sommersa dalle mie cose. Ma da quando aspiro al minimalismo certi atteggiamenti mi riescono difficili da capire. Ci leggo una paura di fondo, e forse con un po’ di spocchia vorrei aiutarla a superarla. Ho il “brutto” vizio di cercare di aiutare le persone, quando sono convinta di una teoria.

Queste molte righe servono come esempio per spiegare come le persone si aggrappino alle cose, sacrificando il proprio spazio e una certa dose di creatività, semplicemente per la paura del salto nel buio, di quel momento in cui eliminare cose superflue getta nel terrore di trovarsi in difficoltà nel futuro. Il mantra di questo tipo di persone è “lo tengo perche potrebbe tornarmi utile”.

Costoro conservano per non uscire dalla Comfort Zone. Non mollano la presa per la paura di affogare: le cose sono il loro salvagente. Manca la fiducia di sapersela cavare nonostante l’aver detto addio a cio che abitava con noi da sempre. Manca quel pizzico di follia che ti fa prendere un oggetto che ormai è parte dell’arredamento, della casa, una presenza costante nell’armadio, e te lo fa mettere in uno scatolone per venderlo o regalarlo. Sai benissimo che non ti serve. Ma non è solo pigrizia, è qualcosa di più, perché eliminare mette a confronto con sentimenti scomodi, ricordi ingombranti, spesso dolorosi.

Sbarazzarsi di qualcosa mette a nudo, spoglia la casa come tu ti spoglieresti di un vestito che sai che non ti sta bene ma che ti ostini a portare. Però ti da la possibilità di ricominciare, ti dà una nuova chance. Puoi comprarti un vestito migliore, puoi usarne uno che tenevi solo per le belle occasioni. L’importante è mollare la presa, rilassarsi e avere fiducia.

La vita incomincia fuori dalla Comfort Zone.