Attività storiche e shopping di prossimità

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C’era una volta il mondo di una volta.

C’era una volta le famiglie numerose che però vivevano con meno. I supermercati sono affare relativamente recente, si parla dell’inizio del 1900. Prima si acquistava nei mercati e nei negozi di quartiere. Nelle botteghe, nelle drogherie, dagli artigiani.

Ho un’idea piuttosto romantica dello shopping di prossimità. Il commerciante che conosce i suoi clienti, che li saluta per nome, che sa già quello che piace alla signora Maria e quello che lo scapolo passa a prendere quando rientra dal lavoro. Il sarto che ti cuce i vestiti su misura, il ciabattino che ti ripara le scarpe buone e il panettiere che ti mette da parte il pane in un sacchetto che profuma di meraviglia.

Quando ero piccola e vivevo a Milano, due portoni dopo il nostro c’era un macellaio. Capelli corvini, baffetto, camice bianco. Mia madre spesso si fermava a comprare da lui prima di tornare a casa. Lui era molto cordiale e ci salutava sempre. Me lo ricordo ancora, anche se sono passati 30 anni e i suoi capelli non sono più corvini. Però sono contenta che sia ancora lì, con la sua botteghina, nonostante il tempo e la concorrenza dei supermercati.

Sono poche le attività storiche che sono sopravvissute alla grande distribuzione, ad Amazon, alla crisi e ora anche al Covid. Ma il loro valore è impagabile. Le persone che le animano sono impagabili. Strozzate da quanto detto, portano avanti con coraggio la battaglia di chi conosce e di chi sa fare, contro all’anonimato di internet e degli ipermercati. La loro merce costa di più, ma in quell’etichetta sono contenuti, oltre al prodotto, la conoscenza, l’attenzione al cliente, una selezione accurata, gli affitti nei centri storici. E’ una battaglia impari. Ma noi abbiamo le nostre responsabilità.

Sì anche noi minimalisti. Noi che conosciamo il valore del poco ma buono, noi che possiamo fare a meno di stipare gli armadi e il frigorifero, noi che “meglio un buon gambero pescato fresco, che tre scatole di surgelato”. Noi che meglio un abito da commercio etico, che il pacco di magliette a 10 euro. Noi che il pane industriale non sarà mai all’altezza dello sfilatino artigianale ai semi.

Le attività storiche stanno morendo, ma qualcuno ancora resiste. E’ una scelta responsabile, quella di puntare sul poco ma di qualità e trasmettere ai nostri congiunti questo mantra. Dobbiamo diffondere questa convinzione.

Anche io vado al supermercato e anche io mi faccio tentare (ormai raramente) dal fast fashion. Ma ho parlato con i commercianti di quartiere, li ho intervistati e ho scritto le loro storie. Ho appreso la fatica che sta dietro alla coltelleria Gianola del centro di Varese che da un secolo affila a mano le lame dei clienti. Oggi c’è una donna a capo del negozio, una gran donna. Ho parlato con il pescivendolo Piccinelli di corso Matteotti e ho sentito delle sue sveglie all’alba. Ho assaggiato i prodotti che vende, preparando in casa mia un sugo di pesce da ristorante. Mi sono fatta inebriare dai profumi della drogheria Vercellini e solo lì ho trovato la fava tonka per i miei dolci , tirata fuori da un barattolo dalle mani nodose della vedova ormai anziana, ma dalla tempra d’acciaio.

Capisco le esigenze delle famiglie di oggi con i soldi contati e poco tempo per la spesa. Conosco la comodità di trovare tutto al supermercato senza dover girare di bottega in bottega. Ma ci perdiamo qualcosa, dimenticando i negozietti. Concedetevi la gioia di fare compere come una volta. Non sempre c’è fretta. Rallentate.

Ricordate che meno è meglio. Ma che sia davvero il massimo che potete concedervi.

Borsa minimalista

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Siamo donne, con le nostre esigenze, i nostri capricci, le nostre ansie. Siamo donne e ci portiamo appresso quasi sempre una borsa che contiene le cose che ci servono e placano la paura di essere impreparate di fronte al mondo. Chi piu chi meno si distrugge le spalle con carichi che io considero inappropriati. Ma io, come avrete capito, vivo ad un livello di “menefreghismo“, di alzata di spalle, che mi tiene lontano da quello che invece per altre è vissuto come necessario.

Parliamo della borsa delle donne.
Un argomento che spesso viene citato nei forum che trattano di minimalismo, che però rimane in quella sfera di arbitrarietà, che lo rende difficile da definire. Se non esiste una regola per la borsa minimalista, posso dirvi cosa c’è e cosa non troverete nella mia.

Partiamo dal fatto che io ormai da quasi 3 anni viaggio “zainata”, ossia ho detto basta alle borse che mi rendevano la schiena asimmetrica e storta. Lo zainetto è stato una rivelazione. Mai più spalle contratte, mai più mani occupate. Un piccolo sac a dos in pelle (prima uno nero, poi adesso color cuoio che sta bene con tutto), di un marchio che prometta una buona durata rispetto all’uso quotidiano, e io sono a posto. Mattina, pomeriggio e spesso anche la sera. Non sono mai stata una maniaca delle borse, preferivo i bijou e le scarpe. Ma fortunatamente mi sono liberata anche da quelle manie.

Gli irrinunciabili nel mio piccolo ma prezioso bagaglio sono:

  • il portafoglio: di qualità e (per via di un regalo inaspettato) di una famosa marca con il monogramma. Di medio-grandi dimensioni per contenere tutto senza sembrare un panino imbottito, tiene qualche spiccio, le poche tessere che non sono state salvate su Stocard, i documenti e qualche mio biglietto da visita. Non si sa mai che a qualcuno serva un fotografo, parlando del più e del meno!
  • le chiavi di casa e della macchina, solo mentre sono in giro, se no le poso in casa.
  • sacchettini per il cane: sono una padrona civile ed educata.
  • un fazzoletto di stoffa, utile più d’inverno che d’estate.
  • da buona ansiosa non esco senza la mia piccola ma fornita trousse dei medicinali: antidolorifico, qualcosa per lo stomaco, burrocacao, micro coltellino svizzero di circa 6-7 centimetri, ma che mi ha già risolto tantissime situazioni. Tutto questo compresso in circa 10 centimetri di stoffa.
  • l’iPhone: croce e delizia, ammetto di ritenerlo uno dei pochi oggetti irrinunciabili senza il quale sarei abbastanza nella cacca. non fosse altro che per il navigatore, la sveglia, la fotocamera, l’email, le notizie, la musica in macchina, il portatessere, i libri, i pagamenti elettronici. Detto niente vero? Forse li vale i soldi che costa, quella tavoletta diabolica.

Ecco. Questo è il mondo che mi porto appresso. Tanto? Poco? Si sa il minimalismo è un affare personale. Sicuramente posso fare a meno di pesanti bottigliette d’acqua, di pacchetti di cracker o altro cibo di salvataggio. Non necessito di infilare nello zaino pc e libri pesanti. Non mi trucco praticamente nemmeno a casa, quindi tantomeno fuori. I miei mazzi di chiavi non hanno pesanti e ingombranti pupazzetti. Il mio portafoglio non contiene altro che lo stretto necessario.

Questo è, se vi pare e piace. Un consiglio… date una chance allo zainetto. Non sarà raffinato come una Chanel trapuntata, né modaiolo come una LV, ma in fondo, ricordatevelo, non serve essere una pubblicità ambulante per vivere bene, anzi…

Minimalisti in viaggio

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Nonostante tutto, nonostante il Covid e le incertezze sono pronta per partire per le vacanze. Nel post di questa settimana parlerò del bagaglio di una minimalista.

Come sapete le cose non sono sempre state così. Nella mia “vita precedente” sono caduta anche io nel tranello di stipare mezzo armadio in un bagaglio a mano… L’insicurezza la faceva da padrone. Perché è scegliere tra il costume intero e il bikini? Li infilavo in borsa tutti e due. Una salvietta sola per la spiaggia non era sufficiente, meglio portarne un paio, o forse tre. Indispensabile un cambio, che dico uno, qualche cambio per la sera, scarpe abbinate e borsetta… E il trucco chiaramente, non fosse mai che mi vedessero struccata. Per il giorno pantaloncini, magliette, vestiti leggeri, sandali , Ciabatte di gomma, scarpe da tennis. E poi libri, parole crociate, macchina fotografica, qualcosa per scrivere… mi sono sempre portata dietro il doppio o il triplo di tutto per paura di non avere cambi sufficienti, di annoiarmi… E sapete cosa? Alla fine metà delle cose che mi sono trascinata dietro è sempre rimasta nell’armadio o direttamente in valigia.

Ho sempre odiato pensare ai bagagli per le vacanze o per un qualsiasi viaggio, tanto da ridurmi la mattina stessa a prepararli. Questo perché l’indecisione su cosa portare mi faceva impazzire al punto di procrastinare fino all’ultimo (tradotto, la mattina stessa!). Ovviamente questo ritardava le partenze e scatenava liti con i miei compagni di viaggio.

A dire la verità anche adesso che sono una persona più semplice, non ho iniziato ad amare i preparativi per le vacanze. Anche ora infatti mi riduco all’ultimo minuto a infilare le cose in borsa, però l’operazione è decisamente più agevole grazie a due fattori: realizzo una lista dettagliata di ciò che mi serve grazie ad un’applicazione che si chiama Packpoint e inoltre ho ridotto drasticamente il numero di cose da portare via in ogni caso.

Se vado al mare porto una salvietta da spiaggia che eventualmente laverò sul posto, un costume e un cambio per quando il primo è bagnato, una scarpa e due o tre cambi da giorno, un sandalo che va bene anche per far la doccia e qualcosa di più carino per la sera. Mi sono abituata a cercare le lavanderie durante i viaggi perciò carico lo stretto necessario e a metà vacanza lavo tutto in modo da non dovermi portare troppo ingombro inutile. Oltretutto ormai possiedo talmente pochi vestiti che quello che mi porto dietro è quasi tutto quello che possiedo, e va bene così.

Quando il soggiorno è in appartamento adoro comprare il cibo nei supermercati e nei negozi locali… È una bellissima esperienza conoscere la cultura alimentare dei posti che si visitano! E se proprio manca la pasta me la porto da casa.

Trascinarsi dietro carichi assurdamente pesanti, come ricordo di aver fatto quando sono tornata dagli Stati Uniti (quando avevo 50 kg di valigia, 8 ore di volo e altrettante in treno), è sintomo di ansia e paura dell’ignoto. Lasciare il proprio nido per tante persone è destabilizzante, ed è proprio per questo che si portano dietro mezza casa: per ricreare ciò che per loro scelta decidono di abbandonare per qualche giorno. Non arriverò a dire che per andare in vacanza ci vuole coraggio, ma per vivere ci vuole quel pizzico di curiosità e incoscienza che fa sembrare tutto più leggero. E se proprio rimanete senza magliette potete sempre concedervi dello spensierato shopping… per una volta non guasta… ma vedrete che non ce ne sarà bisogno. All’avventura!

Nel prossimo post vi racconterò cosa metterò in valigia quest’anno: Stay tuned! E non dimenticatevi di sottoscrivere la newsletter del mia blog cliccando sul tasto “Segui” in basso a destra nella homepage. Grazie

Minimizzare i libri

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Leggere che passione! In casa mia con 4 persone e altrettanti cervelli dagli interessi più disparati si sono accumulati centinaia di libri, cui si sono aggiunti quelli di mio marito, quando siamo venuti a vivere nella casa di famiglia.

I volumi si sa però, dopo averli letti, il più delle volte vengono parcheggiati sugli scaffali a tempo indeterminato trasformandosi in una variopinta calamita per la polvere. Nella mia esperienza mi sono accorta che conservare ciò che si è letto rappresenta un vanto per i possessori, un modo per dire: “Guarda come sono erudito!”, sfoggiando librerie stracolme di titoli più o meno altisonanti. In aggiunta a questo, sento di tantissime persone che si “affezionano” alle loro letture, conservandole come feticci.

Ma quante volte rileggiamo davvero quanto letto? E quante volte abbandoniamo dei testi a metà, perché noiosi o diversi da ciò che ci aspettavamo? Li rimettiamo sullo scaffale, carichi di senso di colpa, dicendoci che prima o poi li finiremo. Quel giorno però non arriva mai. Se una cosa non ci piace oggi è difficile che per incanto domani diventi la nostra preferita. E non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo per forza torturarci a terminare qualcosa che non fa per noi.

Arriviamo così a possedere centinaia di volumi, e un giorno ci rendiamo conto che sentiamo il bisogno di respirare, di fare spazio, di alleggerire quel carico minaccioso che ci guarda dall’alto ogni volta che rientriamo a casa. Qui è stato molto difficile convincere i miei genitori e mio marito a dar via una parte dei loro libri, mentre per me, rasserenata dall’abitudine di leggere in digitale, è stato semplicemente un sollievo.

Un giorno ho “rapito” mia madre, dopo insistenti richieste e dopo il suo costante rifiuto, e abbiamo svuotato tutte le librerie di casa. Sparsi sul pavimento ci saranno state diverse centinaia libri, di ogni sorta, dal manuale della brava casalinga al romanzo gotico, dal saggio sull’islam ai testi di psicologia. Mi sentivo sopraffatta da quella mole di carta. Uno a uno li abbiamo vagliati, cercando di decidere cosa valesse la pena di tenere. Abbiamo fatto degli scatoloni con quelli di mio padre, che però si è ben prestato a donare tanti dei romanzi thriller già “consumati”. Mio marito ha impacchettato e portato nella soffitta dei suoi una parte della sua collezione di fumetti. Esito della cernita è stato far di tre librerie piene una scarsa. Il problema si è presentato al momento di liberare il pavimento dai “caduti”.

Per voi ora vi elenco come ho proceduto, premettendo che oggi liberarsi dei libri (senza nemmeno prendere in considerazione la discarica-sacrilegio!) non è affatto cosa semplice!

  • fase 1: Ho portato al Libraccio tutto ciò che era vendibile. Non si guadagna che qualche spiccio, ma è meglio che niente. In alternativa si puo compilare un elenco online e farseli ritirare a casa.
  • fase 2: ho messo annunci di vendita su internet, ma purtroppo non ha funzionato. meglio allora optare per mettere un banchetto in qualche mercatino di quartiere
  • fase 3: ho messo annunci di regalo su internet. Quasi stesso esito se non per qualche enciclopedia specifica. Pare che a nessuno interessi più leggere. Nemmeno alle biblioteche li hanno voluti in dono.
  • fase 4: per fortuna, al colmo della disperazione, ho trovato una comunità di recupero (tale Exodus di Don Mazzi a Gallarate), che ha gentilmente ritirato i 10 sacchi di materiale che gli ho portato. E’ stato un sollievo.

Morale della favola, i libri sono belli, utili, fanno sognare e soprattutto ci arricchiscono culturalmente. Ma siate selettivi negli acquisti. Comprate in cartaceo solo ciò che pensate di rileggere nel tempo, ciò che è per voi davvero speciale. Per tutto il resto esistono valide alternative come noleggiarli in biblioteca, farseli prestare da amici e parenti, scovare gruppi di lettura dove li scambiano e soprattutto la soluzione che preferisco, per non uccidere completamente il mercato e gli autori, è comprare in digitale.
Che siano iBooks di Apple, Kindle, Kobo e affini, leggere su supporti elettronici è la soluzione migliore per chi scrive e per chi non intende (più) riempirsi casa di tomi polverosi. Stessa cosa per chi vuole regalare. Una tessera della biblioteca o un abbonamento digitale faranno al caso vostro.

Infine l’odore dei libri, si sa, è per molti meglio di Chanel n.5, quindi non sarò io a dire di negarvi il piacere di sfogliare qualche pagina fisica. Ma che sia accuratamente selezionata, in buon stile minimalista. Buona lettura!

Comfort Zone

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Osservo mia madre, lei non butterebbe via mai niente. E prima di lei mia nonna. Mentre riordiniamo, cercando di far entrare in un armadio a due ante tutto quello che riguarda stoffe-cucito-pezze-bordi di pizzo e macramè-paillettes e affini, lei ripone con cura quei pezzetti di tessuto come se fossero gioielli preziosi in diverse scatole. Tante scatole. “Mio nonno aveva una bancarella al mercato con quei pizzi…” Forse il problema è quello, il legame affettivo.

Non voglio e non riesco a credere che mia madre conservi delle paillettes realmente convinta che un domani possano servirle. Erano quelle che usava per ricamare i miei costumi per il pattinaggio, quando ero bambina. Sono passati 25 anni.

Nella sua libreria in salotto una macchia verde acceso ruba la scena. Centinaia di riviste Gardenia, lette, rilette, consunte. Neanche quelle è pensabile eliminarle, anche se sono brutte da vedere, anche se ormai le conosce a memoria.

E così per tutto. Nei cassetti della sua cucina si possono scovare contenitori di ogni forma, chiaramente in sovrannumero per una persona che vive da sola. Lei è anche una di quelli che tengono i vestiti per stare in casa. Io li ho eliminati tutti, ho solo una tuta per mettermi più comoda, ma tendenzialmente cerco di vestirmi con le cose che uso fuori, anche tra le mura domestiche. Mia madre sembra essere votata alla previdenza in ogni ambito. Ma è davvero così, o sono altri i motivi che la spingono a conservare tutto?

La situazione mi è famigliare, ci sono cresciuta insieme a mia madre e alle sue cose, e io stessa ero sommersa dalle mie cose. Ma da quando aspiro al minimalismo certi atteggiamenti mi riescono difficili da capire. Ci leggo una paura di fondo, e forse con un po’ di spocchia vorrei aiutarla a superarla. Ho il “brutto” vizio di cercare di aiutare le persone, quando sono convinta di una teoria.

Queste molte righe servono come esempio per spiegare come le persone si aggrappino alle cose, sacrificando il proprio spazio e una certa dose di creatività, semplicemente per la paura del salto nel buio, di quel momento in cui eliminare cose superflue getta nel terrore di trovarsi in difficoltà nel futuro. Il mantra di questo tipo di persone è “lo tengo perche potrebbe tornarmi utile”.

Costoro conservano per non uscire dalla Comfort Zone. Non mollano la presa per la paura di affogare: le cose sono il loro salvagente. Manca la fiducia di sapersela cavare nonostante l’aver detto addio a cio che abitava con noi da sempre. Manca quel pizzico di follia che ti fa prendere un oggetto che ormai è parte dell’arredamento, della casa, una presenza costante nell’armadio, e te lo fa mettere in uno scatolone per venderlo o regalarlo. Sai benissimo che non ti serve. Ma non è solo pigrizia, è qualcosa di più, perché eliminare mette a confronto con sentimenti scomodi, ricordi ingombranti, spesso dolorosi.

Sbarazzarsi di qualcosa mette a nudo, spoglia la casa come tu ti spoglieresti di un vestito che sai che non ti sta bene ma che ti ostini a portare. Però ti da la possibilità di ricominciare, ti dà una nuova chance. Puoi comprarti un vestito migliore, puoi usarne uno che tenevi solo per le belle occasioni. L’importante è mollare la presa, rilassarsi e avere fiducia.

La vita incomincia fuori dalla Comfort Zone.

L’utile e il dilettevole

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Nella mia esperienza da minimalista ho capito una cosa. Qualsiasi oggetto noi possediamo deve appartenere a una di queste due categorie: essere utile oppure essere fonte di piacere.

È facile diventare minimalista, o almeno provarci, se riusciamo ad ascrivere le nostre cose -proprio tutte- entro queste due classificazioni: cose che hanno un’utilità, uno scopo e cose che ci arrecano gioia nel fruirne, nel godercele.

Le cose utili devono essere la maggior parte e spaziano dagli abiti, agli utensili da cucina e per la casa, i documenti da conservare, l’auto (una sola!) e tutto ciò che serve a migliorarci l’esistenza. Sono le cose che sono state inventate nel tempo per alleviare la fatica delle persone e agevolarle nella vita quotidiana. Nessuno penserà che un frigorifero sia bello e dia emozioni, ma serve ad uno scopo e ha ragion d’essere. Idem per un trapano o uno spazzolino da denti. Privarsi delle cose necessarie in nome di una vita semplice lo trovo un po’ masochistico e insensato. E’ vero che ci sono persone che sopravvivono con poco e niente, ma appunto, sopravvivono e incontrano non poche sfide nella quotidianità. In ogni caso il concetto di necessità è relativo e il confine tra utile e superfluo a volte si perde tra le pieghe delle esigenze personali. Quindi lavatevi pure corpo, capelli, piatti e vestiti con lo stesso tocco di sapone, ma sappiate che io lo trovo un sacrificio fuori luogo, a meno che non siate in serie ristrettezze o siate dei puristi dello zero waste.

Altro discorso sono le cose che ci danno piacere. In questa categoria finiscono tutti quegli oggetti che non servendo uno scopo direttamente legato alla nostra sopravvivenza, non si avvicinano nemmeno ad un concetto di reale utilità. Eppure le nostre case sono piene di ninnoli, soprammobili e i nostri cassetti pieni di gioielli e accessori. Le nostre soffitte pullulano di ricordi, le nostre pareti di quadri e le nostre dispense di leccornie che sappiamo benissimo far male alla linea. Eppure ci sono cose che ci riempiono di incanto e ci fanno provare quel piacere che rende la nostra vita migliore. Ci sono cose che esistono per alleviare la monotonia e rendere più piacevole il nostro viaggio.
Purtroppo spesso le persone confondono il fatto di possedere qualcosa per pura gioia, con l’accumulare cose che non sanno gettare via, così si ritrovano angoli e ripiani coperti di pupazzetti e oggettini polverosi, pance abbondanti di grasso, vite piene di impegni inutili, tutte cose di cui potrebbero tranquillamente fare a meno se solo scoprissero la meraviglia di lasciare andare.

Non c’è scusa che tenga. Non ci sono altre categorie se non l’utile e il dilettevole. Ma quest’ultimo va centellinato. Un buon vino non sarebbe speciale se potessimo berlo a ogni pasto. Il vestito buono passerebbe inosservato se ci vestissimo ogni giorno così. Un bel soprammobile, anche costoso, si perde in mezzo ad un esercito di cianfrusaglie, come un quadro di valore merita tutta la scena sulle pareti del nostro salotto. Impariamo ad apprezzare il vuoto. Perché è solo lui che può incorniciare qualcosa che merita di esser messo in risalto.

Io ho imparato a fare spazio. Auguro anche a voi un pieno di vuoto, per imparare infine a godere del poco.

Da dove iniziare

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Il minimalismo attrae sempre più persone oggi, ma tanti non sanno da dove cominciare il loro viaggio. La verità è che non c’è un percorso specifico per diventare minimalisti. Ci sono tante ragioni personali che sfociano nella necessità di smettere i panni del consumista per diventare persone illuminate, con gli occhi aperti su quello che è il vero senso della vita, che sicuramente è molto lontano dall’accumulare beni materiali.

Può darsi che la ragione sia una separazione, l’arrivo di un figlio, un lutto, un giovane che diventa una persona adulta, la voglia di mettere da parte il passato per cominciare una nuova vita. Sicuramente per tutti questi arriva un momento in cui scatta qualcosa nella testa: gli oggetti iniziano a contare sempre di meno, mentre la ricerca di un significato profondo diventa il senso dell’esistenza. Dietro alla voglia di minimizzare si trova sempre un passo in avanti nell’evoluzione personale, un’elevazione.

Ma da dove si comincia a sfoltire i propri possedimenti materiali? Sono sempre tante le persone che chiedono consigli, perché sopraffatte dalle cose e incapaci di trovare un punto da attaccare per cominciare. In molti si dicono, o meglio si credono, incapaci di lasciare andare le proprie cose, perché le hanno pagate tanto, perché gli ricordano qualcuno o semplicemente perché credono davvero di amarle, quelle cose. Ma se minimamente sentite dentro di voi il bisogno di fare spazio, ascoltate quella voce!

In linea generale si dovrebbe intaccare per prima la scorta di cose che non hanno un impatto emotivo su chi le possiede. Possono essere i vestiti, gli oggetti della cucina o del garage… Gli attrezzi. È davvero arduo pensare di diventare dei bravi minimalisti partendo col buttare via giochi d’infanzia, diari e lavoretti, fotografie, cimeli di relazioni finite. È invece molto più facile disfarsi di utensili che sono lì in fondo al cassetto da tempo immemore oppure di vestiti che invece che darci felicità quando li indossiamo, ci fanno sentire sgraziati e scomodi.

La guru di questo tipo di ragionamento è senza dubbio Marie Kondo, che nei suoi libri ha teorizzato un ordine preciso con cui andrebbero passate in rassegna tutte le cose che una persona possiede: Si parte dall’abbigliamento, per passare ai libri, poi carte e documenti, gli oggetti misti (komono) e infine i ricordi e gli articoli sentimentali ossia quelli a cui siamo legati emotivamente. Imparare a buttare via quello che non si ama e non serve è una disciplina che si apprende e che si allena man mano che si pratica. Non è detto che finito il giro di sfoltimento non sia abbia poi voglia di ricominciare un’altra volta. Da quando io ho iniziato nel 2017 a declutterare, non ho ancora smesso, perché man mano che si procede in questo percorso ti rendi conto che sono sempre le più le cose a cui puoi rinunciare, perché nulla aggiungono alla tua vita.

Non siate perfezionisti, non pretendete subito di ottenere la nuova casa e la nuova vita che avete in mente, ma godetevi la rinascita fermandovi di tanto in tanto ad osservare i miglioramenti che state compiendo. L’importante è muovere il primo passo nella direzione desiderata. Credeteci profondamente, abbiate fiducia in voi stessi, non ditevi che voi non siete capaci di eliminare, non raccontatevi scuse… Basta iniziare con un oggetto alla volta. Il minimalismo è davvero alla portata di tutti, basta aver ben chiaro in testa l’obiettivo per una nuova vita.

Controcorrente

Ormai funziona così: entro nei negozi (compresi quelli online), mi guardo intorno, a volte provo, magari metto qualcosa nel carrello…

Poi abbandono l’acquisto.

Lascio perdere perché mi soffermo a pensare a quanto già posseggo, al fatto che dovrei rendere onore alle cose che ho deciso di tenere e usarle, che è il motivo per cui le ho salvate dal decluttering.

Mi sovviene anche la bellezza del poco. L’estetica del possedere meno, del vedere pochi oggetti danzare e respirare negli armadi ariosi. Gli appendini uguali tra di loro e tutto in equilibrio armonico. I bicchieri allineati in colonne di tre per due e accanto 4 tazzine della stessa serie e due mug. Pochi strumenti da cucina incastrati come un Tetris nel cassetto senza sovrapporsi ne toccarsi. Le mensole quasi sgombere. Poche paia di scarpe tutte da usare invece che doppioni o tripli che rimanevano sempre come seconda o terza scelta.

Possedere poco è elegante, sobrio e chic, oltre che di tendenza tra chi è strizza l’occhio ad una vita più etica ed ecologica.

Ieri, però, mi hanno telefonato dalla redazione di un programma televisivo al quale mi sono iscritta come concorrente. Con mia sorpresa e gioia sono stata scelta per partecipare! C’è solo un problema: mi hanno chiesto ben 6 cambi d’abito. Paradossalmente, ora che ho minimizzato il mio guardaroba, penso proprio di non averli, o meglio, ormai metto sempre le stesse cose e ho uno stile estremamente semplice, che poco si addice alle richieste televisive. I miei capi sono principalmente bianchi, neri e in ogni caso tinta unita. Ho bandito le fantasie e i top sbracciati perche li trovo volgari se non per la palestra. Così tra ieri e oggi ho fatto un giro per negozi. Una volta ne sarei stata entusiasta. Oggi la cosa mi infastidisce, soprattutto per il fatto di dover prendere cose che probabilmente non userò più. Mi infastidisce dover comprare roba in più. Mi infastidisce gonfiare il mio armadio, tanto bello così alleggerito. Potessi farmeli, lo farei, ma mi hanno chiamata all’ultimo e non ho tempo di fare il giro delle mie amiche. Come cambiano le persone! Eppure sono convinta di esser cambiata in meglio, di aver capito cosa mi piace, di non aver più voglia di farmi condizionare da chi ci vuole (soprattutto noi donne) sempre in tiro, con un abito diverso ogni volta che usciamo.

Ammetto di sentirmi controcorrente, ero una che lo shopping lo amava, ne traeva conforto, ma adesso preferisco godermi le mie cose e lo spazio che ho guadagnato scegliendo il minimalismo. Preferisco conservare i soldi per qualcosa di importante, per i viaggi e il buon cibo.

Perciò se non posso fare a meno di spendere cercherò qualcosa che potrò comunque riutilizzare anche dopo l’esperienza televisiva. Intanto auguratemi buona fortuna… e non solo per la caccia all’outfit più idoneo per questa pazzesca avventura!

Elogio del Second Hand

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Ci son due categorie di acquirenti al mondo: quelli che il Second Hand (“seconda mano”, per gli italiani) lo detestano, rifuggendolo come la peste nera e quelli che come me lo amano, trovando divertente e curioso spulciare nei mercatini alla ricerca di qualcosa di interessante e utile da compare.

Per i primi non c’è verso di entrare in un negozio dell’usato con spirito positivo, anzi, ne repellono l’odore, la disposizione e persino le persone che lo frequentano. Per tutti gli altri, in cui mi includo, c’è un’attrazione viscerale per quei posti dove si fanno ottimi affari e grandi viaggi nel tempo.

Comprare di seconda mano per me è positivo su molti fronti: si trovano capi firmati (ammetto sempre e solo oggetti in ottime condizioni) a prezzi minimi, si scovano oggetti d’arte o vintage. Io poi compro spesso anche per rivendere. In taverna ho una sorta di magazzino di tutte le cose belle che ho acquistato per piacere e per affari.

Un aspetto etico non irrilevante è che si spezza la catena del consumismo. Si rimettono in circolo cose che altrimenti finirebbero alla discarica, proteggendo l’ambiente e il nostro portafoglio. Si valorizzano oggetti appartenuti ai nonni e ai genitori, ridandogli nuovo lustro tra i giovani che sanno vedere oltre alla convenienza di bassa qualità di Ikea ed affini. Basta vedere che belle ceramiche e che bel mobilio si trovano nei mercatini per capire che una volta le cose erano proprio belle e fatte per durare.

L’usato permette di sbizzarrirci spendendo poco nell’arredamento e nell’abbigliamento da acquirenti, ma anche di rientrare in possesso di qualche quattrino, facendo decluttering nelle nostre case.
Il piano d’azione che mi sento di suggerire è sempre provare a vendere tra privati attraverso internet o annunci -i migliori per me sono Marketplace di Facebook e Shpock, gratuiti, oltre ad eBay, a pagamento-(intascando il 100% del prezzo di realizzo), vendere attraverso mercatini (lasciando a loro circa la metà dell’incasso, ma con zero sbattimenti da parte nostra) e solo alla fine, quando proprio non riesco a liberarmi del superfluo, lo do in beneficienza. Non butto mai via nulla che sia vendibile o recuperabile.

Come avrete capito io sono e sarò sempre a favore del Second Hand. In Italia ci sono ancora tanti scettici, mentre all’estero ho potuto costatare per esempio in America e Inghilterra comprare usato è facile e molto fico. A Boston frequentavo quotidianamente i negozi della catena Second Time Around (ne conoscevo almeno 4-5), che erano delle vere e proprie boutiques di abbigliamento e accessori usati firmati. Tutto era disposto in ordine per taglia e colore e mi era quasi impossibile uscire senza una shopper con qualcosa di bello tra le mani-

Se siete tra quelli che hanno ancora qualche remora vi invito a provare. Fate un giro nel mercatino più vicino a casa vostra. Ricordatevi che basta portare a casa e lavare le cose acquistate per igienizzarle e tirarle a nuovo. Io comprando nei mercatini ho fatto grandi affari. E voi cosa aspettate?

Ps. Ricordatevi di non esagerare con gli acquisti! Siamo sempre minimalisti in fondo, no? 😉

Ikigai

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Confesso che, più che parlare di organizzazione degli armadi e della casa, il mio sogno era scrivere di argomenti più filosofici e psicologici. Come per altre cose però il minimalismo e la riduzione dei miei possessi è stato il ponte per giungere a riflessioni più profonde.

Il concetto sembra banale ma non lo è e questo articolo forse riprende e riassume tante delle cose che ho scritto in precedenza. Parlerò infatti di come ho scavato nella profondità delle cose e di me stessa alla ricerca di quel senso della vita che ancora fatico a scovare, mio malgrado.

Non si tratta né di falsa modestia né di ingratitudine, ma vi confesso che non sono mai stata una persona che si accontentava della superficie delle cose. Accontentarmi di una vita ordinaria purtroppo o per fortuna non fa parte di me.

È per questo che da ormai tre anni sto lavorando come un diamante che esce dalla roccia tutto quello che circonda l’essenza di me e il significato del mio stare al mondo. Mi sto facendo delle domande, o meglio devo ammettere che mi sto tormentando da tanto tempo, perché la mia vita non è stata un percorso lineare. Tutt’altro.

I giapponesi crescono con un concetto in mente, quello di Ikigai, ossia del senso del vivere, la ragione per cui siamo al mondo. Per loro è normale coltivarlo, fin dalla tenera età. Ogni sforzo, ogni sacrificio è volto a perseguire quel senso, che mette a posto tutto nell’ordine delle cose della vita. Il risveglio alla mattina presto non pesa, è normale per il Paese del Sol Levante. Modestia, iniziare dal basso, presenza in ciò che si fa sono i principi per convogliare il proprio impegno in qualcosa che conta e che rende la vita degna di essere vissuta. Anche mantenere un fisico sano fa parte del comportamento retto dei giapponesi, per questo ogni mattina praticano del movimento a suon di musica.

Io il mio Ikigai lo sto ancora cercando. La mia vita somiglia più alle montagne russe che ad una rampa di lancio. Sto coltivando le mie passioni -la fotografia e la scrittura– nutrendole con la curiosità e la passione per il viaggio, con in mente ben chiare le parole che mi disse una veggente quando ero in America: “Da qui a dieci anni scriverai qualcosa di importante…” Era il 2010 e l’occasione potrebbe essere proprio questo blog.