L’essenziale

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Se la tua casa stesse andando a fuoco, cosa ti preoccuperesti di salvare? Chiunque (spero) risponderebbe famiglia, animali domestici e se avanza qualche istante cimeli di famiglia, fotografie, hard disk con i documenti e le foto più importanti. E dopo? Se ti capitasse sott’occhio quello che hai perso nell’incendio, cosa ricompreresti di quello che non hai più?

Io, quasi niente.

Anni fa, prima ancora di leggere questo quesito su testi a tema, mi ero già fatta questa domanda. Da tempo mi chiedo cosa sia l’essenziale.
Di recente mi sono resa conto che mi importa ben poco delle COSE che ho. Anzi, senza passare per matta, spesso mi sono augurata di perderle accidentalmente o di non averle mai comprate. E ora sto diventando intollerante ad esse, tanto da desiderare una bacchetta magica per far sparire dalla vista tutti gli acquisti compulsivi e insensati che ho fatto in passato.

Da quando ero bambina faccio un sogno ricorrente, ossia che la mia casa sta bruciando o è allagata o distrutta da un terremoto e io devo decidere al volo cosa portar via prima di salvarmi. La mia scelta è sempre ricaduta sui diari e sui gioielli d’oro, regali di famiglia. La mia intimità e le radici. Ho sempre avvertito in me il bisogno di individuare quello che conta davvero e proteggerlo.

Mi ritrovo ora a fantasticare di vivere da minimalista estrema in un monolocale con dentro solo qualcosa da mangiare, un guardaroba ridotto all’osso, un letto e un tavolo per mangiare e lavorare. E’ vero che non si dovrebbe parlare di quello che non si conosce, ma io lavoro di fantasia. I minimalisti parlano spesso di esperienze. Parlano di vivere con poco, ma di vivere tanto.

Cosa potrei fare della mia vita, se improvvisamente non avessi più distrazioni a cui sono abituata? Se non avessi motivi per indugiare in casa, guardando la TV o lo smartphone/pc? Se improvvisamente smettesse di esistere internet, se la tecnologia tornasse indietro di 200 anni, di cosa nutrirei la mia mente? Avrei i libri e potrei scrivere a mano (cosa che ora mi viene difficile, sbaglio le lettere, sono completamente disabituata alla calligrafia), pensare o agire nella pratica. Mi chiedo quanti di noi riuscirebbero a mantenere la sanità mentale in una stanza di monastero o in una cella di prigione. O a mantenere la calma, senza tutti gli stimoli di cui siamo drogati. Che cosa c’è dentro di noi? Che cos’è l’essenziale? Messe a tacere tutte le parole che ci stordiscono, silenziati gli imput, eliminati gli impegni che ci autoimponiamo perché stare fermi è “peccato” (si pensi all’accezione negativa di “perdere tempo”), ci sarebbe da trovare un nuovo senso.

Se bruciasse la nostra casa, se internet fosse in down permanente, se la tv smettesse di trasmettere, dove andremmo a cercare un senso al nostro stare al mondo?

Fare qualcosa per gli altri. Ecco cosa mi sono risposta.
Dare una mano ad un anziano, fare volontariato, aiutare un disagiato a costruirsi una prospettiva, curare gli animali abbandonati, ecco cosa mi sono risposta.
Quando me lo diceva mio padre qualche anno fa non capivo… e sapeste quante volte me l’ha detto! Tutte le volte archiviavo l’informazione come una sorta di paternalistico consiglio, che non faceva presa su di me. Troppe distrazioni, troppe possibilità e alternative più comode, che infine mi hanno condotta qui, al termine (o a questo punto) del percorso a cercare un senso sotto alle macerie del mio castello di carte.

L’amore. La carità. La vicinanza. L’essere umani. Non soldati, non macchine, non supereroi. Umani di carne e anima, che possono vivere senza fronzoli, ma non senza il contatto, la considerazione, il riconoscimento e quella compassione che ci regala una mano tesa quando ne abbiamo più bisogno.

Allora se la nostra casa dovesse bruciare, se tutto quello che ci rimane fossero quattro vestiti e un piccolo rifugio dove ricominciare o andare avanti, non potremmo chiamarci miserabili o poveretti, alimentando in noi il calore della connessione umana e dell’amore. Se però dovessimo smarrire la capacità di cercare le autentiche ragioni per cui siamo al mondo, lì sì che avremmo davvero perso tutto.

Sul matrimonio

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Diventare minimalista è un percorso straordinario, di cui la liberazione dagli oggetti fisici è solo un passaggio. L’alleggerimento del nostro carico materiale ci permette di entrare a contatto con tutto quello che quelle cose mascheravano. E’ come prendere un anestetico e buttarlo nella spazzatura, decisi, forse un po’ incoscienti, a far luce su quello che ci accade dentro.

Mi sono sposata l’anno scorso, a 35 anni. Prima dell’uomo con cui ho deciso di passare il resto della mia vita (anche questa è una scelta irrazionale, che a pensarci bene sfugge dalla nostra portata) ho avuto diverse esperienze, tutte bene o male conclusesi disastrosamente. Poi è arrivato Fabio, in un momento in cui tutte le carte erano sparse sul tavolo, una storia di 9 anni e mezzo era dolorosamente e giustamente finita e io non sapevo ancora, a 30 anni dove sbattere la testa. L’idea era quella di mettermi su un aereo e andare a fare volontariato in Sud America. In quel momento avrei dovuto riappropriarmi di me stessa, dopo che avevo sempre cercato in qualcun altro l’indirizzo da seguire, dopo aver affidato alle persone che avevo inseguito la chiave della mia sanità mentale.

Ho conosciuto Fabio mentre testa e cuore si facevano la guerra in una situazione sentimentale totalmente fallimentare e distruttiva. Ho deciso di dargli una possibilità. Con lui le cose sono diverse. Con lui sto bene. Non c’è quell’eccesso, quel fragore, lacrime e tormenti che hanno caratterizzato le mie relazioni passate. Con lui c’è la pace. E per quanto siamo una coppia di quelle esplosive, so che lui è quello giusto, con cui gli ingranaggi girano senza sforzare.

Il mio percorso attuale (son passati 3 anni dalla mia prima lettura sul minimalismo, eppure sembra ieri) spinge per scelte individualiste, perché il minimalismo porta a concentrarci su quello che realmente si adatta a noi e a noi soltanto, ma io voglio mio marito sulla barca con cui attraverso la mia esistenza. Mi sento amata, mi sento accolta e libera di espormi per la prima volta nella mia vita.

Il minimalismo porta a diventare estremamente selettivi. Ci insegna a mettere nello zaino solo quello che migliora le cose. Il matrimonio non deve essere altro che questo. Un valore aggiunto, qualcosa di cui potremmo fare a meno, senza il quale però manca quel sale, con cui la nostra vita fatta di intenzione, scelte accurate e scoperte illuminanti non avrebbe lo stesso sapore.

Allora scegliete bene, siate minuziosi, ma non rinunciate all’amore per egoismo o per paura di non esser capaci di scendere a compromessi. Da soli può esserci libertà estrema, ma non potete sapere se la persona giusta accanto possa o non possa diventare l’accelerante per il fuoco che illuminerà la vostra vita.

Bimbi minimalisti

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Se pensate che il minimalismo sia solo un affare da adulti vi sbagliate di grosso. I bambini possono benissimo partecipare al nostro stile di vita essenziale, imparando il valore delle cose e sviluppando la creatività, invece che essere costantemente sommersi di cose, neanche per volontà loro.

Sono tanti i modi per indicare ai nostri piccoli la strada verso il piacere del “poco“.

Una su tutte è quella di insegnare quelli che erano i nostri giochi di quando eravamo piccini: all’aperto, senza molti strumenti se non le nostre gambe e mani. Giochi come mosca cieca, nascondino, ce l’hai, un due tre stella! (sapevate che in realtà si dovrebbe dire “un…due…tre…stai la!” ?), ci facevano divertire come matti e non necessitavano d’altro che tanta voglia di muoversi. Ci sono poi i giochi con la palla, come palla prigioniera, che io adoravo, calcetto, pallavolo. Saltare la corda, corta o lunga. Campana, disegnando per terra lo schema… Com’era bello, a ripensarci..! Da bambina io amavo disegnare. Mi bastava avere un foglio, dei pennarelli, matite, pastelli, acquarelli… e io ero a posto per ore e ore. La pasta di sale! C’è stato anche quel periodo lì, ma ero un po più grandicella.

I passatempi che non richiedono acquisti dispendiosi sono tantissimi, basta ripensare a quello che facevamo noi, i nostri genitori, oppure chiedere ai nonni.

Ma non limitiamoci a questo. Se i pargoli non sono troppo piccoli, possiamo iniziare a insegnargli cosa significa avere la giusta quantità di cose, quando fanno i capricci per avere ancora e ancora.

Io non ho figli, ma sono sicura che all’ennesima lamentela, tirerei fuori tutti i giocattoli e gli mostrerei quanto già possiedono, spiegando che ci sono bambini che non hanno niente, nemmeno un piccolo giocattolo con cui divertirsi. Poi, mi metterei lì e inizierei con loro a fare una cernita, passando un gioco alla volta, chiedendo cosa vogliono tenere e cosa non li rende più felici, da regalare a qualcuno di meno fortunato.

Un altro settore da minimizzare coinvolgendo i bimbi è l’abbigliamento. Scegliere con loro cosa preferiscono, può essere un gioco divertente, sempre con lo stimolante scopo di regalare in seguito il superfluo a chi è in difficoltà. Insegnare ai nostri figli che quello che non serve a noi, può invece aiutare qualcun altro a stare meglio è una regola preziosa, da trasmettere il prima possibile durante la loro crescita.

Stesso discorso per il cibo: essendo una risorsa preziosa e limitata, va goduto con gratitudine e mai sprecato.

Chiaramente l’esempio deve sempre partire da noi: non possiamo aspettarci figli minimalisti, se a nostra volta navighiamo nella confusione. I bambini possono anche essere coinvolti nella manutenzione di casa, in modo semplice e limitato. E’ bello e importante insegnargli a riordinare le proprie cose, custodirle e prendersene cura, iniziando col riporre tutto al proprio posto dopo aver giocato o disegnato.

E’ fondamentale inculcare il concetto che non è l’abbondanza, ma il rispetto e l’amore per quello che ci è concesso, che rende felici e soddisfatti.
Questo secondo me è il segreto per crescere dei bambini responsabili e consapevoli, votati ad un futuro di minori sprechi e scelte sagge.