Da dove iniziare

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Il minimalismo attrae sempre più persone oggi, ma tanti non sanno da dove cominciare il loro viaggio. La verità è che non c’è un percorso specifico per diventare minimalisti. Ci sono tante ragioni personali che sfociano nella necessità di smettere i panni del consumista per diventare persone illuminate, con gli occhi aperti su quello che è il vero senso della vita, che sicuramente è molto lontano dall’accumulare beni materiali.

Può darsi che la ragione sia una separazione, l’arrivo di un figlio, un lutto, un giovane che diventa una persona adulta, la voglia di mettere da parte il passato per cominciare una nuova vita. Sicuramente per tutti questi arriva un momento in cui scatta qualcosa nella testa: gli oggetti iniziano a contare sempre di meno, mentre la ricerca di un significato profondo diventa il senso dell’esistenza. Dietro alla voglia di minimizzare si trova sempre un passo in avanti nell’evoluzione personale, un’elevazione.

Ma da dove si comincia a sfoltire i propri possedimenti materiali? Sono sempre tante le persone che chiedono consigli, perché sopraffatte dalle cose e incapaci di trovare un punto da attaccare per cominciare. In molti si dicono, o meglio si credono, incapaci di lasciare andare le proprie cose, perché le hanno pagate tanto, perché gli ricordano qualcuno o semplicemente perché credono davvero di amarle, quelle cose. Ma se minimamente sentite dentro di voi il bisogno di fare spazio, ascoltate quella voce!

In linea generale si dovrebbe intaccare per prima la scorta di cose che non hanno un impatto emotivo su chi le possiede. Possono essere i vestiti, gli oggetti della cucina o del garage… Gli attrezzi. È davvero arduo pensare di diventare dei bravi minimalisti partendo col buttare via giochi d’infanzia, diari e lavoretti, fotografie, cimeli di relazioni finite. È invece molto più facile disfarsi di utensili che sono lì in fondo al cassetto da tempo immemore oppure di vestiti che invece che darci felicità quando li indossiamo, ci fanno sentire sgraziati e scomodi.

La guru di questo tipo di ragionamento è senza dubbio Marie Kondo, che nei suoi libri ha teorizzato un ordine preciso con cui andrebbero passate in rassegna tutte le cose che una persona possiede: Si parte dall’abbigliamento, per passare ai libri, poi carte e documenti, gli oggetti misti (komono) e infine i ricordi e gli articoli sentimentali ossia quelli a cui siamo legati emotivamente. Imparare a buttare via quello che non si ama e non serve è una disciplina che si apprende e che si allena man mano che si pratica. Non è detto che finito il giro di sfoltimento non sia abbia poi voglia di ricominciare un’altra volta. Da quando io ho iniziato nel 2017 a declutterare, non ho ancora smesso, perché man mano che si procede in questo percorso ti rendi conto che sono sempre le più le cose a cui puoi rinunciare, perché nulla aggiungono alla tua vita.

Non siate perfezionisti, non pretendete subito di ottenere la nuova casa e la nuova vita che avete in mente, ma godetevi la rinascita fermandovi di tanto in tanto ad osservare i miglioramenti che state compiendo. L’importante è muovere il primo passo nella direzione desiderata. Credeteci profondamente, abbiate fiducia in voi stessi, non ditevi che voi non siete capaci di eliminare, non raccontatevi scuse… Basta iniziare con un oggetto alla volta. Il minimalismo è davvero alla portata di tutti, basta aver ben chiaro in testa l’obiettivo per una nuova vita.

In-dipendenza

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Ci sono momenti cruciali nella vita di una persona. Io credo di essere nel mezzo di uno di questi.

Alleggerire il mio bagaglio è coinciso col tranciare lentamente ma inesorabilmente il cordone ombelicale che mi teneva ancorata al passato, cercando tra le scatole in cantina la mia via. Sono fermamente convinta che i due sentimenti siano cresciuti parallelamente, che ci sia uno stretto legame tra il bisogno di lasciare andare quello che non concerne più il percorso attuale e una nuova fase della mia crescita personale. Più precisamente, fare piazza pulita della mia condizione precedente per aprire la porta alla persona che sto diventando.

Ho sempre avuto un rapporto di dipendenza emotiva con mio padre, ma la vita ora mi ha messa davanti ad un bivio: continuare ad essere figlia a 36 anni o fare il mio debutto sul palco del mondo. Può suonare strano, detto da una adulta che dovrebbe aver già fatto famiglia e avere un lavoro stabile (quanto sono patetici i cliché), ma così è stato per me, quindi non posso che prenderne atto.

La cosa bella è che è stato il bisogno di minimalismo e di liberazione a indicarmi la strada. Anzi, in un momento di confusione totale, è stato il faro che ha illuminato ciò che io non riuscivo a vedere. Sembrava infatti ad occhi estranei che tentare di svuotare casa da tutto ciò che fosse inutile o superato fosse solo l’ennesimo capriccio di una ragazzina viziata, ma ad una attenta analisi si può comprendere come io stia cercando di estraniarmi da una vita che non mi appartiene più e con essa dei suoi orpelli, cimeli e cianfrusaglie.

Non biasimo quindi chi non capisce, perché diventare minimalisti è un percorso profondo e intimo e non una stupida moda come pensano alcune persone un po’ superficiali. Non si tratta soltanto di arrotolare le magliette o comprare decine di contenitori all’Ikea: si tratta di individuare gli oggetti e gli ambiti che non si adattano più alla persona che stiamo diventando per poi accompagnarli alla porta.

Nudi e svuotati infine, lasceremo entrare, solo se lo vorremo, aria nuova e nuove avventure, proprio come sta accadendo a me.

Sulla ricchezza

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Non c’è mai limite al peggio, si dice. Allo stesso modo non c’è limite al troppo e questo dovrebbe far suonare in noi un campanello d’allarme.
Mi spiego: mentre possiamo ridurre all’osso le cose che possediamo, limando alla perfezione il nostro bagaglio come un Michelangelo che sgrezza il marmo per tirarne fuori la statua perfetta, puntare ad aumentarle è una lotta che ci trascinerà nell’insanità mentale.

Sono tanti gli esempi delle persone virtuose, che partendo da una vita di benessere hanno scelto la povertà e l’astrazione dal materialismo. Basti pensare a San Francesco, nato benestante, che ha scelto di rinunciare a tutto per seguire la sua vocazione e tracciare così un solco che è da sempre l’esempio per molti. O Gandhi, che al tramonto della sua vita possedeva solo sei oggetti. I monaci e i frati limitano le loro proprietà a qualche tonaca, semplici strumenti per mangiare e per la cura personale. La vita di queste persone però era ed è illuminata, perché guidata da un significato profondo e inestinguibile, che sono la fede e la spiritualità.

Ridursi, ridimensionare le proprie necessità porta alla perfezione e ad una pace che salva la nostra anima.

Lo stesso non può dirsi del contrario. Vivere una vita con il solo scopo di diventare più ricchi, più famosi, più potenti, è una corsa folle che non vede mai il suo traguardo.

Possedere di più, inseguire il denaro, avere la casa più grande del vicinato, della città, non ci rende più felici, perché ci sarà sempre qualcuno più ricco di noi e che saremo lì a sbirciare dalla staccionata, con l’invidia che ci mangia dentro.

Cito Jim Carey, strepitoso attore: “Penso che chiunque debba diventare ricco e famoso e fare tutto quello che ha sempre sognato, così da accorgersi che non è quella la risposta [alle proprie domande]”. Se lo dice il detentore di un patrimonio di 150 milioni di dollari, possiamo crederci.

Rifugio solitario

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Quando ero bambina adoravo costruire micro case con i cuscini del divano di mia nonna. Che gridate mi prendevo! Invece che stare a tavola a con tutti gli altri, toglievo i cuscini che componevano il divano e li montavo due verticali e uno sopra a mo’ di casetta. Come porta, un altro cuscino oppure la coperta di lana a quadri bianca rossa e nera, che rubavo dal letto del nonno. Poi mi infilavo in quel metro cubo e mi sentivo al sicuro. Avevo bisogno di ritirarmi in uno spazio separato, un guscio, dove restare sola nel morbido abbraccio dei cuscini, mentre il mondo continuava i suoi affari.

Tutti prima o poi sentono il bisogno di stare soli. Dopo aver litigato con qualcuno, dopo una giornata incasinata, per mettere insieme le idee, per prendersi una tregua dalle persone con cui si condividono costantemente gli spazi. Semplicemente perchè serve e sappiamo che ci fa bene.

Esistono persone che amano la solitudine, la sposano, persone che imparano a bastare a se stesse e sfuggono al dettame comunemente accettato di dover per forza formare una famiglia e conviverci per il resto dei loro giorni. Un matrimonio infelice può essere davvero una prigione autoimposta.

Star soli, chiusi nella propria stanza, o in una piccola casa cucita su misura, al riparo dai condizionamenti del mondo, può davvero fare esplodere la creatività, o anche solo darci quel conforto che basta, trovandoci circondati dal nostro piccolo universo.

Chi l’ha detto che serve una grande casa, piena di cose e di persone per essere felici? Non sto criticando una vita famigliare gioiosa e collaudata (io e mio marito abbiamo iniziato a convivere dopo 15 giorni dal nostro primo appuntamento e andiamo alla grande), ma sto cercando di dare un nuovo punto di vista a chi è terrorizzato dalla prospettiva di rimanere solo.

Dopo un lutto, dopo una separazione, quando si è troppo grandi per vivere con i genitori, quando si cerca la propria strada un nido tutto per sé è la soluzione ideale. Non una casa grande e piena di camere disabitate, ma una o due stanze al massimo sono quanto basta per cominciare o ricominciare.

Io sogno da sempre un monolocale dal quale si veda il mare. Alzarmi e andare a dormire ammirando la vastità placida delle acque e il cielo che cambia umore e colore. Io sono una creativa e questo mi farebbe sognare. Perché un interno modesto e riservato è la rampa di lancio per aprirsi all’universo e a tutti i mondi che vogliamo esplorare senza limiti, se non quelli autoimposti.