In-dipendenza

Photo by Lukas on Pexels.com

Ci sono momenti cruciali nella vita di una persona. Io credo di essere nel mezzo di uno di questi.

Alleggerire il mio bagaglio è coinciso col tranciare lentamente ma inesorabilmente il cordone ombelicale che mi teneva ancorata al passato, cercando tra le scatole in cantina la mia via. Sono fermamente convinta che i due sentimenti siano cresciuti parallelamente, che ci sia uno stretto legame tra il bisogno di lasciare andare quello che non concerne più il percorso attuale e una nuova fase della mia crescita personale. Più precisamente, fare piazza pulita della mia condizione precedente per aprire la porta alla persona che sto diventando.

Ho sempre avuto un rapporto di dipendenza emotiva con mio padre, ma la vita ora mi ha messa davanti ad un bivio: continuare ad essere figlia a 36 anni o fare il mio debutto sul palco del mondo. Può suonare strano, detto da una adulta che dovrebbe aver già fatto famiglia e avere un lavoro stabile (quanto sono patetici i cliché), ma così è stato per me, quindi non posso che prenderne atto.

La cosa bella è che è stato il bisogno di minimalismo e di liberazione a indicarmi la strada. Anzi, in un momento di confusione totale, è stato il faro che ha illuminato ciò che io non riuscivo a vedere. Sembrava infatti ad occhi estranei che tentare di svuotare casa da tutto ciò che fosse inutile o superato fosse solo l’ennesimo capriccio di una ragazzina viziata, ma ad una attenta analisi si può comprendere come io stia cercando di estraniarmi da una vita che non mi appartiene più e con essa dei suoi orpelli, cimeli e cianfrusaglie.

Non biasimo quindi chi non capisce, perché diventare minimalisti è un percorso profondo e intimo e non una stupida moda come pensano alcune persone un po’ superficiali. Non si tratta soltanto di arrotolare le magliette o comprare decine di contenitori all’Ikea: si tratta di individuare gli oggetti e gli ambiti che non si adattano più alla persona che stiamo diventando per poi accompagnarli alla porta.

Nudi e svuotati infine, lasceremo entrare, solo se lo vorremo, aria nuova e nuove avventure, proprio come sta accadendo a me.

Il giusto valore

Photo by Dương Nhân on Pexels.com

La frase che mi sento spesso dire da mia mamma, quando si accorge che sto di nuovo scartando qualcosa durante il mio decluttering, è “tu non dai valore alle cose, perché non hai mai dovuto sudartele”. Se la prima parte della frase può essere vera, la seconda lascia il tempo che trova.

E’ così: per me le cose sono solo cose. Quasi tutto è sostituibile, cioè se dovesse accidentalmente mancare, sarebbe rimpiazzabile con un suo equivalente o non tornare del tutto.

Lo sono stata per anni, ma ho smesso da un pezzo di essere schiava degli oggetti. “Non hai patito la fame”, “non hai fatto la guerra” dice, come se conservare ogni cosa, dal bottone spaiato al ritaglio di giornale, alla collezione di riviste abbandonate su uno scaffale da 30 anni, faccia di noi i paladini della coscienziosità e della prudenza. Come se quella roba, stipata da qualche parte e che quasi mai salta fuori al momento giusto (arriva mai quel momento?), ci potesse salvare dall’infelicità o dagli imprevisti della vita. Come se esistesse un modo di evitare le sterzate improvvise della nostra esistenza…

Le nostre visioni divergenti sono motivo di animate conversazioni con mio marito: per quanto apprezzabile la sua gratitudine e attaccamento alla situazione positiva in cui vive, collide con il mio bisogno continuo di evolvermi, crescere, saltando da una passione ad un’altra, da una filosofia di vita ad una che mi sembra migliore e più funzionale.

E’ così che da vorace frequentatrice di mercatini sono diventata una fervente minimalista (in divenire). Sono una persona molto diversa da quella che avreste conosciuto, incontrandomi 3 o 4 anni fa. Sto facendo grandi passi lasciandomi alle spalle cumuli di cose, ma anche cumuli di momenti, situazioni, vita vissuta e tanto dolore. Già, perché le cose, come il cibo, spesso altro non sono che una calda coperta in cui ci rifugiamo, a torto, quando ci sentiamo fragili e insicuri.

A volte provo ansia nel lasciare andare qualcosa, altre mi spaventa il restare “esposta” senza la protezione che le cose sembrano dare. A volte il vuoto mi spaventa, ma cerco di riportare la concentrazione sulla verità che guida il minimalismo: gli oggetti sono meri strumenti, sono materia che serve ad uno scopo, non sono la destinazione. E inoltre, ancora più importante, niente dura. È inutile stringere ostinatamente qualcosa che è destinato a deperire e a scomparire, inevitabilmente. Meglio guardare oltre, al progetto più grande che la vita ha da insegnare.

Quando la paura scuote il suolo e il cammino diventa incerto ricordiamo che aggrapparci alle cose è come attraversare un ponte dalle assi marce e inaffidabili. E’ un attimo finire traditi da ciò che credevamo potesse salvarci.

Slegarci dal superfluo è un atto dovuto per vivere una vita pregna di significato, è un passaggio, non la destinazione. È capire dove risiede il senso, per poi iniziare a modellare le nostre azioni per perseguirlo.

Perciò quando mia madre mi dice che non do valore alle cose lo trovo un buon segno, significa che mi sto finalmente muovendo nella giusta direzione.