Attività storiche e shopping di prossimità

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C’era una volta il mondo di una volta.

C’era una volta le famiglie numerose che però vivevano con meno. I supermercati sono affare relativamente recente, si parla dell’inizio del 1900. Prima si acquistava nei mercati e nei negozi di quartiere. Nelle botteghe, nelle drogherie, dagli artigiani.

Ho un’idea piuttosto romantica dello shopping di prossimità. Il commerciante che conosce i suoi clienti, che li saluta per nome, che sa già quello che piace alla signora Maria e quello che lo scapolo passa a prendere quando rientra dal lavoro. Il sarto che ti cuce i vestiti su misura, il ciabattino che ti ripara le scarpe buone e il panettiere che ti mette da parte il pane in un sacchetto che profuma di meraviglia.

Quando ero piccola e vivevo a Milano, due portoni dopo il nostro c’era un macellaio. Capelli corvini, baffetto, camice bianco. Mia madre spesso si fermava a comprare da lui prima di tornare a casa. Lui era molto cordiale e ci salutava sempre. Me lo ricordo ancora, anche se sono passati 30 anni e i suoi capelli non sono più corvini. Però sono contenta che sia ancora lì, con la sua botteghina, nonostante il tempo e la concorrenza dei supermercati.

Sono poche le attività storiche che sono sopravvissute alla grande distribuzione, ad Amazon, alla crisi e ora anche al Covid. Ma il loro valore è impagabile. Le persone che le animano sono impagabili. Strozzate da quanto detto, portano avanti con coraggio la battaglia di chi conosce e di chi sa fare, contro all’anonimato di internet e degli ipermercati. La loro merce costa di più, ma in quell’etichetta sono contenuti, oltre al prodotto, la conoscenza, l’attenzione al cliente, una selezione accurata, gli affitti nei centri storici. E’ una battaglia impari. Ma noi abbiamo le nostre responsabilità.

Sì anche noi minimalisti. Noi che conosciamo il valore del poco ma buono, noi che possiamo fare a meno di stipare gli armadi e il frigorifero, noi che “meglio un buon gambero pescato fresco, che tre scatole di surgelato”. Noi che meglio un abito da commercio etico, che il pacco di magliette a 10 euro. Noi che il pane industriale non sarà mai all’altezza dello sfilatino artigianale ai semi.

Le attività storiche stanno morendo, ma qualcuno ancora resiste. E’ una scelta responsabile, quella di puntare sul poco ma di qualità e trasmettere ai nostri congiunti questo mantra. Dobbiamo diffondere questa convinzione.

Anche io vado al supermercato e anche io mi faccio tentare (ormai raramente) dal fast fashion. Ma ho parlato con i commercianti di quartiere, li ho intervistati e ho scritto le loro storie. Ho appreso la fatica che sta dietro alla coltelleria Gianola del centro di Varese che da un secolo affila a mano le lame dei clienti. Oggi c’è una donna a capo del negozio, una gran donna. Ho parlato con il pescivendolo Piccinelli di corso Matteotti e ho sentito delle sue sveglie all’alba. Ho assaggiato i prodotti che vende, preparando in casa mia un sugo di pesce da ristorante. Mi sono fatta inebriare dai profumi della drogheria Vercellini e solo lì ho trovato la fava tonka per i miei dolci , tirata fuori da un barattolo dalle mani nodose della vedova ormai anziana, ma dalla tempra d’acciaio.

Capisco le esigenze delle famiglie di oggi con i soldi contati e poco tempo per la spesa. Conosco la comodità di trovare tutto al supermercato senza dover girare di bottega in bottega. Ma ci perdiamo qualcosa, dimenticando i negozietti. Concedetevi la gioia di fare compere come una volta. Non sempre c’è fretta. Rallentate.

Ricordate che meno è meglio. Ma che sia davvero il massimo che potete concedervi.

Comfort Zone

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Osservo mia madre, lei non butterebbe via mai niente. E prima di lei mia nonna. Mentre riordiniamo, cercando di far entrare in un armadio a due ante tutto quello che riguarda stoffe-cucito-pezze-bordi di pizzo e macramè-paillettes e affini, lei ripone con cura quei pezzetti di tessuto come se fossero gioielli preziosi in diverse scatole. Tante scatole. “Mio nonno aveva una bancarella al mercato con quei pizzi…” Forse il problema è quello, il legame affettivo.

Non voglio e non riesco a credere che mia madre conservi delle paillettes realmente convinta che un domani possano servirle. Erano quelle che usava per ricamare i miei costumi per il pattinaggio, quando ero bambina. Sono passati 25 anni.

Nella sua libreria in salotto una macchia verde acceso ruba la scena. Centinaia di riviste Gardenia, lette, rilette, consunte. Neanche quelle è pensabile eliminarle, anche se sono brutte da vedere, anche se ormai le conosce a memoria.

E così per tutto. Nei cassetti della sua cucina si possono scovare contenitori di ogni forma, chiaramente in sovrannumero per una persona che vive da sola. Lei è anche una di quelli che tengono i vestiti per stare in casa. Io li ho eliminati tutti, ho solo una tuta per mettermi più comoda, ma tendenzialmente cerco di vestirmi con le cose che uso fuori, anche tra le mura domestiche. Mia madre sembra essere votata alla previdenza in ogni ambito. Ma è davvero così, o sono altri i motivi che la spingono a conservare tutto?

La situazione mi è famigliare, ci sono cresciuta insieme a mia madre e alle sue cose, e io stessa ero sommersa dalle mie cose. Ma da quando aspiro al minimalismo certi atteggiamenti mi riescono difficili da capire. Ci leggo una paura di fondo, e forse con un po’ di spocchia vorrei aiutarla a superarla. Ho il “brutto” vizio di cercare di aiutare le persone, quando sono convinta di una teoria.

Queste molte righe servono come esempio per spiegare come le persone si aggrappino alle cose, sacrificando il proprio spazio e una certa dose di creatività, semplicemente per la paura del salto nel buio, di quel momento in cui eliminare cose superflue getta nel terrore di trovarsi in difficoltà nel futuro. Il mantra di questo tipo di persone è “lo tengo perche potrebbe tornarmi utile”.

Costoro conservano per non uscire dalla Comfort Zone. Non mollano la presa per la paura di affogare: le cose sono il loro salvagente. Manca la fiducia di sapersela cavare nonostante l’aver detto addio a cio che abitava con noi da sempre. Manca quel pizzico di follia che ti fa prendere un oggetto che ormai è parte dell’arredamento, della casa, una presenza costante nell’armadio, e te lo fa mettere in uno scatolone per venderlo o regalarlo. Sai benissimo che non ti serve. Ma non è solo pigrizia, è qualcosa di più, perché eliminare mette a confronto con sentimenti scomodi, ricordi ingombranti, spesso dolorosi.

Sbarazzarsi di qualcosa mette a nudo, spoglia la casa come tu ti spoglieresti di un vestito che sai che non ti sta bene ma che ti ostini a portare. Però ti da la possibilità di ricominciare, ti dà una nuova chance. Puoi comprarti un vestito migliore, puoi usarne uno che tenevi solo per le belle occasioni. L’importante è mollare la presa, rilassarsi e avere fiducia.

La vita incomincia fuori dalla Comfort Zone.

L’utile e il dilettevole

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Nella mia esperienza da minimalista ho capito una cosa. Qualsiasi oggetto noi possediamo deve appartenere a una di queste due categorie: essere utile oppure essere fonte di piacere.

È facile diventare minimalista, o almeno provarci, se riusciamo ad ascrivere le nostre cose -proprio tutte- entro queste due classificazioni: cose che hanno un’utilità, uno scopo e cose che ci arrecano gioia nel fruirne, nel godercele.

Le cose utili devono essere la maggior parte e spaziano dagli abiti, agli utensili da cucina e per la casa, i documenti da conservare, l’auto (una sola!) e tutto ciò che serve a migliorarci l’esistenza. Sono le cose che sono state inventate nel tempo per alleviare la fatica delle persone e agevolarle nella vita quotidiana. Nessuno penserà che un frigorifero sia bello e dia emozioni, ma serve ad uno scopo e ha ragion d’essere. Idem per un trapano o uno spazzolino da denti. Privarsi delle cose necessarie in nome di una vita semplice lo trovo un po’ masochistico e insensato. E’ vero che ci sono persone che sopravvivono con poco e niente, ma appunto, sopravvivono e incontrano non poche sfide nella quotidianità. In ogni caso il concetto di necessità è relativo e il confine tra utile e superfluo a volte si perde tra le pieghe delle esigenze personali. Quindi lavatevi pure corpo, capelli, piatti e vestiti con lo stesso tocco di sapone, ma sappiate che io lo trovo un sacrificio fuori luogo, a meno che non siate in serie ristrettezze o siate dei puristi dello zero waste.

Altro discorso sono le cose che ci danno piacere. In questa categoria finiscono tutti quegli oggetti che non servendo uno scopo direttamente legato alla nostra sopravvivenza, non si avvicinano nemmeno ad un concetto di reale utilità. Eppure le nostre case sono piene di ninnoli, soprammobili e i nostri cassetti pieni di gioielli e accessori. Le nostre soffitte pullulano di ricordi, le nostre pareti di quadri e le nostre dispense di leccornie che sappiamo benissimo far male alla linea. Eppure ci sono cose che ci riempiono di incanto e ci fanno provare quel piacere che rende la nostra vita migliore. Ci sono cose che esistono per alleviare la monotonia e rendere più piacevole il nostro viaggio.
Purtroppo spesso le persone confondono il fatto di possedere qualcosa per pura gioia, con l’accumulare cose che non sanno gettare via, così si ritrovano angoli e ripiani coperti di pupazzetti e oggettini polverosi, pance abbondanti di grasso, vite piene di impegni inutili, tutte cose di cui potrebbero tranquillamente fare a meno se solo scoprissero la meraviglia di lasciare andare.

Non c’è scusa che tenga. Non ci sono altre categorie se non l’utile e il dilettevole. Ma quest’ultimo va centellinato. Un buon vino non sarebbe speciale se potessimo berlo a ogni pasto. Il vestito buono passerebbe inosservato se ci vestissimo ogni giorno così. Un bel soprammobile, anche costoso, si perde in mezzo ad un esercito di cianfrusaglie, come un quadro di valore merita tutta la scena sulle pareti del nostro salotto. Impariamo ad apprezzare il vuoto. Perché è solo lui che può incorniciare qualcosa che merita di esser messo in risalto.

Io ho imparato a fare spazio. Auguro anche a voi un pieno di vuoto, per imparare infine a godere del poco.

Da dove iniziare

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Il minimalismo attrae sempre più persone oggi, ma tanti non sanno da dove cominciare il loro viaggio. La verità è che non c’è un percorso specifico per diventare minimalisti. Ci sono tante ragioni personali che sfociano nella necessità di smettere i panni del consumista per diventare persone illuminate, con gli occhi aperti su quello che è il vero senso della vita, che sicuramente è molto lontano dall’accumulare beni materiali.

Può darsi che la ragione sia una separazione, l’arrivo di un figlio, un lutto, un giovane che diventa una persona adulta, la voglia di mettere da parte il passato per cominciare una nuova vita. Sicuramente per tutti questi arriva un momento in cui scatta qualcosa nella testa: gli oggetti iniziano a contare sempre di meno, mentre la ricerca di un significato profondo diventa il senso dell’esistenza. Dietro alla voglia di minimizzare si trova sempre un passo in avanti nell’evoluzione personale, un’elevazione.

Ma da dove si comincia a sfoltire i propri possedimenti materiali? Sono sempre tante le persone che chiedono consigli, perché sopraffatte dalle cose e incapaci di trovare un punto da attaccare per cominciare. In molti si dicono, o meglio si credono, incapaci di lasciare andare le proprie cose, perché le hanno pagate tanto, perché gli ricordano qualcuno o semplicemente perché credono davvero di amarle, quelle cose. Ma se minimamente sentite dentro di voi il bisogno di fare spazio, ascoltate quella voce!

In linea generale si dovrebbe intaccare per prima la scorta di cose che non hanno un impatto emotivo su chi le possiede. Possono essere i vestiti, gli oggetti della cucina o del garage… Gli attrezzi. È davvero arduo pensare di diventare dei bravi minimalisti partendo col buttare via giochi d’infanzia, diari e lavoretti, fotografie, cimeli di relazioni finite. È invece molto più facile disfarsi di utensili che sono lì in fondo al cassetto da tempo immemore oppure di vestiti che invece che darci felicità quando li indossiamo, ci fanno sentire sgraziati e scomodi.

La guru di questo tipo di ragionamento è senza dubbio Marie Kondo, che nei suoi libri ha teorizzato un ordine preciso con cui andrebbero passate in rassegna tutte le cose che una persona possiede: Si parte dall’abbigliamento, per passare ai libri, poi carte e documenti, gli oggetti misti (komono) e infine i ricordi e gli articoli sentimentali ossia quelli a cui siamo legati emotivamente. Imparare a buttare via quello che non si ama e non serve è una disciplina che si apprende e che si allena man mano che si pratica. Non è detto che finito il giro di sfoltimento non sia abbia poi voglia di ricominciare un’altra volta. Da quando io ho iniziato nel 2017 a declutterare, non ho ancora smesso, perché man mano che si procede in questo percorso ti rendi conto che sono sempre le più le cose a cui puoi rinunciare, perché nulla aggiungono alla tua vita.

Non siate perfezionisti, non pretendete subito di ottenere la nuova casa e la nuova vita che avete in mente, ma godetevi la rinascita fermandovi di tanto in tanto ad osservare i miglioramenti che state compiendo. L’importante è muovere il primo passo nella direzione desiderata. Credeteci profondamente, abbiate fiducia in voi stessi, non ditevi che voi non siete capaci di eliminare, non raccontatevi scuse… Basta iniziare con un oggetto alla volta. Il minimalismo è davvero alla portata di tutti, basta aver ben chiaro in testa l’obiettivo per una nuova vita.

Elogio del Second Hand

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Ci son due categorie di acquirenti al mondo: quelli che il Second Hand (“seconda mano”, per gli italiani) lo detestano, rifuggendolo come la peste nera e quelli che come me lo amano, trovando divertente e curioso spulciare nei mercatini alla ricerca di qualcosa di interessante e utile da compare.

Per i primi non c’è verso di entrare in un negozio dell’usato con spirito positivo, anzi, ne repellono l’odore, la disposizione e persino le persone che lo frequentano. Per tutti gli altri, in cui mi includo, c’è un’attrazione viscerale per quei posti dove si fanno ottimi affari e grandi viaggi nel tempo.

Comprare di seconda mano per me è positivo su molti fronti: si trovano capi firmati (ammetto sempre e solo oggetti in ottime condizioni) a prezzi minimi, si scovano oggetti d’arte o vintage. Io poi compro spesso anche per rivendere. In taverna ho una sorta di magazzino di tutte le cose belle che ho acquistato per piacere e per affari.

Un aspetto etico non irrilevante è che si spezza la catena del consumismo. Si rimettono in circolo cose che altrimenti finirebbero alla discarica, proteggendo l’ambiente e il nostro portafoglio. Si valorizzano oggetti appartenuti ai nonni e ai genitori, ridandogli nuovo lustro tra i giovani che sanno vedere oltre alla convenienza di bassa qualità di Ikea ed affini. Basta vedere che belle ceramiche e che bel mobilio si trovano nei mercatini per capire che una volta le cose erano proprio belle e fatte per durare.

L’usato permette di sbizzarrirci spendendo poco nell’arredamento e nell’abbigliamento da acquirenti, ma anche di rientrare in possesso di qualche quattrino, facendo decluttering nelle nostre case.
Il piano d’azione che mi sento di suggerire è sempre provare a vendere tra privati attraverso internet o annunci -i migliori per me sono Marketplace di Facebook e Shpock, gratuiti, oltre ad eBay, a pagamento-(intascando il 100% del prezzo di realizzo), vendere attraverso mercatini (lasciando a loro circa la metà dell’incasso, ma con zero sbattimenti da parte nostra) e solo alla fine, quando proprio non riesco a liberarmi del superfluo, lo do in beneficienza. Non butto mai via nulla che sia vendibile o recuperabile.

Come avrete capito io sono e sarò sempre a favore del Second Hand. In Italia ci sono ancora tanti scettici, mentre all’estero ho potuto costatare per esempio in America e Inghilterra comprare usato è facile e molto fico. A Boston frequentavo quotidianamente i negozi della catena Second Time Around (ne conoscevo almeno 4-5), che erano delle vere e proprie boutiques di abbigliamento e accessori usati firmati. Tutto era disposto in ordine per taglia e colore e mi era quasi impossibile uscire senza una shopper con qualcosa di bello tra le mani-

Se siete tra quelli che hanno ancora qualche remora vi invito a provare. Fate un giro nel mercatino più vicino a casa vostra. Ricordatevi che basta portare a casa e lavare le cose acquistate per igienizzarle e tirarle a nuovo. Io comprando nei mercatini ho fatto grandi affari. E voi cosa aspettate?

Ps. Ricordatevi di non esagerare con gli acquisti! Siamo sempre minimalisti in fondo, no? 😉

In-dipendenza

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Ci sono momenti cruciali nella vita di una persona. Io credo di essere nel mezzo di uno di questi.

Alleggerire il mio bagaglio è coinciso col tranciare lentamente ma inesorabilmente il cordone ombelicale che mi teneva ancorata al passato, cercando tra le scatole in cantina la mia via. Sono fermamente convinta che i due sentimenti siano cresciuti parallelamente, che ci sia uno stretto legame tra il bisogno di lasciare andare quello che non concerne più il percorso attuale e una nuova fase della mia crescita personale. Più precisamente, fare piazza pulita della mia condizione precedente per aprire la porta alla persona che sto diventando.

Ho sempre avuto un rapporto di dipendenza emotiva con mio padre, ma la vita ora mi ha messa davanti ad un bivio: continuare ad essere figlia a 36 anni o fare il mio debutto sul palco del mondo. Può suonare strano, detto da una adulta che dovrebbe aver già fatto famiglia e avere un lavoro stabile (quanto sono patetici i cliché), ma così è stato per me, quindi non posso che prenderne atto.

La cosa bella è che è stato il bisogno di minimalismo e di liberazione a indicarmi la strada. Anzi, in un momento di confusione totale, è stato il faro che ha illuminato ciò che io non riuscivo a vedere. Sembrava infatti ad occhi estranei che tentare di svuotare casa da tutto ciò che fosse inutile o superato fosse solo l’ennesimo capriccio di una ragazzina viziata, ma ad una attenta analisi si può comprendere come io stia cercando di estraniarmi da una vita che non mi appartiene più e con essa dei suoi orpelli, cimeli e cianfrusaglie.

Non biasimo quindi chi non capisce, perché diventare minimalisti è un percorso profondo e intimo e non una stupida moda come pensano alcune persone un po’ superficiali. Non si tratta soltanto di arrotolare le magliette o comprare decine di contenitori all’Ikea: si tratta di individuare gli oggetti e gli ambiti che non si adattano più alla persona che stiamo diventando per poi accompagnarli alla porta.

Nudi e svuotati infine, lasceremo entrare, solo se lo vorremo, aria nuova e nuove avventure, proprio come sta accadendo a me.

Sulla ricchezza

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Non c’è mai limite al peggio, si dice. Allo stesso modo non c’è limite al troppo e questo dovrebbe far suonare in noi un campanello d’allarme.
Mi spiego: mentre possiamo ridurre all’osso le cose che possediamo, limando alla perfezione il nostro bagaglio come un Michelangelo che sgrezza il marmo per tirarne fuori la statua perfetta, puntare ad aumentarle è una lotta che ci trascinerà nell’insanità mentale.

Sono tanti gli esempi delle persone virtuose, che partendo da una vita di benessere hanno scelto la povertà e l’astrazione dal materialismo. Basti pensare a San Francesco, nato benestante, che ha scelto di rinunciare a tutto per seguire la sua vocazione e tracciare così un solco che è da sempre l’esempio per molti. O Gandhi, che al tramonto della sua vita possedeva solo sei oggetti. I monaci e i frati limitano le loro proprietà a qualche tonaca, semplici strumenti per mangiare e per la cura personale. La vita di queste persone però era ed è illuminata, perché guidata da un significato profondo e inestinguibile, che sono la fede e la spiritualità.

Ridursi, ridimensionare le proprie necessità porta alla perfezione e ad una pace che salva la nostra anima.

Lo stesso non può dirsi del contrario. Vivere una vita con il solo scopo di diventare più ricchi, più famosi, più potenti, è una corsa folle che non vede mai il suo traguardo.

Possedere di più, inseguire il denaro, avere la casa più grande del vicinato, della città, non ci rende più felici, perché ci sarà sempre qualcuno più ricco di noi e che saremo lì a sbirciare dalla staccionata, con l’invidia che ci mangia dentro.

Cito Jim Carey, strepitoso attore: “Penso che chiunque debba diventare ricco e famoso e fare tutto quello che ha sempre sognato, così da accorgersi che non è quella la risposta [alle proprie domande]”. Se lo dice il detentore di un patrimonio di 150 milioni di dollari, possiamo crederci.

Scrivere a mano

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Se c’è una cosa che mi è sempre venuta naturale da quando sono bambina è scrivere. Ne sono la prova i Diari delle Vacanze che tenevo con minuzia fin dai miei 8 anni. Pagine e pagine di racconti, che la giovane reporter Cristina corredava di cartoline e piccoli oggetti, incollati a migliorare e ampliare la narrazione delle sue piccole grandi avventure.

Il tutto è cominciato nel 1992 circa e si è protratto per un decennio, durante il quale la sera, armata di stilografica e quaderno, mi chiudevo in camera e riversavo su carta il mio mondo interiore. Scrivevo a mano, ovviamente. Allineavo, lettera dopo lettera, i miei pensieri, materializzandoli nell’inchiostro blu. Preferivo i quadretti alle righe, quelli grandi, così riuscivo a distanziare meglio le frasi. Nel tempo la mia scrittura mutava, sempre più piccola e i boccoli delle L e delle G cambiavano a seconda delle mie paturnie.

Scrivere a mano è un atto intimo, che richiede più concentrazione del battere su una tastiera. Bisogna porre attenzione ad ogni tratto, per non sbagliare. Ci si mette del proprio e la grafia rivela molto dell’animo dell’autore. Si è veramente presenti nel momento.

Io spesso buttavo giù le riflessioni con una foga tale da avere male al polso, però dopo mi sentivo svuotata, libera e più serena.

In quanto atto deliberato, come accadeva una volta con la fotografia su pellicola, la scrittura a mano svela la sua connessione con il minimalismo. Essa implica la scelta minuziosa delle parole, prevenendo l’eccesso e la ridondanza.

In sostanza la grafia aiuta a fare chiarezza, in un mondo veloce, superficiale e noncurante, dove la lentezza è la benvenuta, almeno per chi vuole ancora fare le cose per bene.

Il giusto valore

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La frase che mi sento spesso dire da mia mamma, quando si accorge che sto di nuovo scartando qualcosa durante il mio decluttering, è “tu non dai valore alle cose, perché non hai mai dovuto sudartele”. Se la prima parte della frase può essere vera, la seconda lascia il tempo che trova.

E’ così: per me le cose sono solo cose. Quasi tutto è sostituibile, cioè se dovesse accidentalmente mancare, sarebbe rimpiazzabile con un suo equivalente o non tornare del tutto.

Lo sono stata per anni, ma ho smesso da un pezzo di essere schiava degli oggetti. “Non hai patito la fame”, “non hai fatto la guerra” dice, come se conservare ogni cosa, dal bottone spaiato al ritaglio di giornale, alla collezione di riviste abbandonate su uno scaffale da 30 anni, faccia di noi i paladini della coscienziosità e della prudenza. Come se quella roba, stipata da qualche parte e che quasi mai salta fuori al momento giusto (arriva mai quel momento?), ci potesse salvare dall’infelicità o dagli imprevisti della vita. Come se esistesse un modo di evitare le sterzate improvvise della nostra esistenza…

Le nostre visioni divergenti sono motivo di animate conversazioni con mio marito: per quanto apprezzabile la sua gratitudine e attaccamento alla situazione positiva in cui vive, collide con il mio bisogno continuo di evolvermi, crescere, saltando da una passione ad un’altra, da una filosofia di vita ad una che mi sembra migliore e più funzionale.

E’ così che da vorace frequentatrice di mercatini sono diventata una fervente minimalista (in divenire). Sono una persona molto diversa da quella che avreste conosciuto, incontrandomi 3 o 4 anni fa. Sto facendo grandi passi lasciandomi alle spalle cumuli di cose, ma anche cumuli di momenti, situazioni, vita vissuta e tanto dolore. Già, perché le cose, come il cibo, spesso altro non sono che una calda coperta in cui ci rifugiamo, a torto, quando ci sentiamo fragili e insicuri.

A volte provo ansia nel lasciare andare qualcosa, altre mi spaventa il restare “esposta” senza la protezione che le cose sembrano dare. A volte il vuoto mi spaventa, ma cerco di riportare la concentrazione sulla verità che guida il minimalismo: gli oggetti sono meri strumenti, sono materia che serve ad uno scopo, non sono la destinazione. E inoltre, ancora più importante, niente dura. È inutile stringere ostinatamente qualcosa che è destinato a deperire e a scomparire, inevitabilmente. Meglio guardare oltre, al progetto più grande che la vita ha da insegnare.

Quando la paura scuote il suolo e il cammino diventa incerto ricordiamo che aggrapparci alle cose è come attraversare un ponte dalle assi marce e inaffidabili. E’ un attimo finire traditi da ciò che credevamo potesse salvarci.

Slegarci dal superfluo è un atto dovuto per vivere una vita pregna di significato, è un passaggio, non la destinazione. È capire dove risiede il senso, per poi iniziare a modellare le nostre azioni per perseguirlo.

Perciò quando mia madre mi dice che non do valore alle cose lo trovo un buon segno, significa che mi sto finalmente muovendo nella giusta direzione.

Il risveglio

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Sono già passati due mesi. Due mesi della nostra solita vita che sono finiti in un buco nero, un universo parallelo fatto di ore a tentare di rendersi produttivi pur restando nelle nostre quattro mura, alternate al fervente desiderio di vedere diminuire in televisione il numero di morti e di nuovi contagiati dal Covid19.

Abbiamo riflettuto tanto in questi mesi. Ognuno di noi ha smosso la propria coscienza, riordinando le priorità grazie al lungo tempo disponibile per pensare e guardarsi dentro. Tempo di silenzio che ci ha messo di fronte alla nostra fragile condizione umana.

Abbiamo smesso i panni dei robottini, tutti routine e milioni di cose da fare. Ci siamo trovati a fare i conti con convivenze mai così forzate con famigliari e con noi stessi.

Tanti di noi si saranno accorti che rallentare non è così male. Che la pizza fatta in casa è meglio di quella d’asporto. Che affrontare finalmente i cumuli di roba che occupava abusivamente casa è un grande sollievo. Leggere è ancora un bel passatempo e le videochiamate non sono più affare solo di uffici e sale riunioni.

Sarò controcorrente, ma io dico che questo tempo ci è servito.

Sarò impopolare, ma quasi quasi mi rimbocco la coperta e rimango ancora un po’ a letto a pensare. A me piace il silenzio. Mi piace il confronto con la mia interiorità. Non sarei me stessa senza guardarmi continuamente dentro.

Quindi prego fortemente che questi due mesi non vengano dimenticati. Che il teletrasporto in un mondo domestico e intimo non sia stato solo una seccatura per gli insofferenti e una crisi incolmabile per i commercianti.

Prego che i “sopravvissuti” alla pandemia siano umani risvegliati, più coscienti, più profondi, più saggi.
Non c’è niente di peggio che correre un grave rischio e continuare a comportarsi come se niente fosse.

Ci è stata data la possibilità di diventare migliori.
Di riconoscere il valore della vita, da quella dei nostri cari a quella di chi è caduto in una battaglia senza bombe, ma con altrettanta paura.
Di rimanere sbalorditi vedendo i delfini nei porti e l’acqua pulita a Venezia, i cervi in città e il cielo più azzurro e profumato.
Di poter vedere i bambini crescere sotto i nostri occhi, invece che salutarli soltanto prima di andare a dormire. Di poter parlare con i nostri genitori e nonni.
Di comunicare di più, anche se soltanto attraverso dei pixel.
Di riconoscere l’essenziale, come valori e come materia.

Allora restiamo migliori, anche ora che torneremo ad uscire.
Il mio augurio è di accorgermi di esser circondata da persone che come me hanno colto il dono del sacrificio e ne hanno fatto tesoro.