L’utile e il dilettevole

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Nella mia esperienza da minimalista ho capito una cosa. Qualsiasi oggetto noi possediamo deve appartenere a una di queste due categorie: essere utile oppure essere fonte di piacere.

È facile diventare minimalista, o almeno provarci, se riusciamo ad ascrivere le nostre cose -proprio tutte- entro queste due classificazioni: cose che hanno un’utilità, uno scopo e cose che ci arrecano gioia nel fruirne, nel godercele.

Le cose utili devono essere la maggior parte e spaziano dagli abiti, agli utensili da cucina e per la casa, i documenti da conservare, l’auto (una sola!) e tutto ciò che serve a migliorarci l’esistenza. Sono le cose che sono state inventate nel tempo per alleviare la fatica delle persone e agevolarle nella vita quotidiana. Nessuno penserà che un frigorifero sia bello e dia emozioni, ma serve ad uno scopo e ha ragion d’essere. Idem per un trapano o uno spazzolino da denti. Privarsi delle cose necessarie in nome di una vita semplice lo trovo un po’ masochistico e insensato. E’ vero che ci sono persone che sopravvivono con poco e niente, ma appunto, sopravvivono e incontrano non poche sfide nella quotidianità. In ogni caso il concetto di necessità è relativo e il confine tra utile e superfluo a volte si perde tra le pieghe delle esigenze personali. Quindi lavatevi pure corpo, capelli, piatti e vestiti con lo stesso tocco di sapone, ma sappiate che io lo trovo un sacrificio fuori luogo, a meno che non siate in serie ristrettezze o siate dei puristi dello zero waste.

Altro discorso sono le cose che ci danno piacere. In questa categoria finiscono tutti quegli oggetti che non servendo uno scopo direttamente legato alla nostra sopravvivenza, non si avvicinano nemmeno ad un concetto di reale utilità. Eppure le nostre case sono piene di ninnoli, soprammobili e i nostri cassetti pieni di gioielli e accessori. Le nostre soffitte pullulano di ricordi, le nostre pareti di quadri e le nostre dispense di leccornie che sappiamo benissimo far male alla linea. Eppure ci sono cose che ci riempiono di incanto e ci fanno provare quel piacere che rende la nostra vita migliore. Ci sono cose che esistono per alleviare la monotonia e rendere più piacevole il nostro viaggio.
Purtroppo spesso le persone confondono il fatto di possedere qualcosa per pura gioia, con l’accumulare cose che non sanno gettare via, così si ritrovano angoli e ripiani coperti di pupazzetti e oggettini polverosi, pance abbondanti di grasso, vite piene di impegni inutili, tutte cose di cui potrebbero tranquillamente fare a meno se solo scoprissero la meraviglia di lasciare andare.

Non c’è scusa che tenga. Non ci sono altre categorie se non l’utile e il dilettevole. Ma quest’ultimo va centellinato. Un buon vino non sarebbe speciale se potessimo berlo a ogni pasto. Il vestito buono passerebbe inosservato se ci vestissimo ogni giorno così. Un bel soprammobile, anche costoso, si perde in mezzo ad un esercito di cianfrusaglie, come un quadro di valore merita tutta la scena sulle pareti del nostro salotto. Impariamo ad apprezzare il vuoto. Perché è solo lui che può incorniciare qualcosa che merita di esser messo in risalto.

Io ho imparato a fare spazio. Auguro anche a voi un pieno di vuoto, per imparare infine a godere del poco.

Sulla ricchezza

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Non c’è mai limite al peggio, si dice. Allo stesso modo non c’è limite al troppo e questo dovrebbe far suonare in noi un campanello d’allarme.
Mi spiego: mentre possiamo ridurre all’osso le cose che possediamo, limando alla perfezione il nostro bagaglio come un Michelangelo che sgrezza il marmo per tirarne fuori la statua perfetta, puntare ad aumentarle è una lotta che ci trascinerà nell’insanità mentale.

Sono tanti gli esempi delle persone virtuose, che partendo da una vita di benessere hanno scelto la povertà e l’astrazione dal materialismo. Basti pensare a San Francesco, nato benestante, che ha scelto di rinunciare a tutto per seguire la sua vocazione e tracciare così un solco che è da sempre l’esempio per molti. O Gandhi, che al tramonto della sua vita possedeva solo sei oggetti. I monaci e i frati limitano le loro proprietà a qualche tonaca, semplici strumenti per mangiare e per la cura personale. La vita di queste persone però era ed è illuminata, perché guidata da un significato profondo e inestinguibile, che sono la fede e la spiritualità.

Ridursi, ridimensionare le proprie necessità porta alla perfezione e ad una pace che salva la nostra anima.

Lo stesso non può dirsi del contrario. Vivere una vita con il solo scopo di diventare più ricchi, più famosi, più potenti, è una corsa folle che non vede mai il suo traguardo.

Possedere di più, inseguire il denaro, avere la casa più grande del vicinato, della città, non ci rende più felici, perché ci sarà sempre qualcuno più ricco di noi e che saremo lì a sbirciare dalla staccionata, con l’invidia che ci mangia dentro.

Cito Jim Carey, strepitoso attore: “Penso che chiunque debba diventare ricco e famoso e fare tutto quello che ha sempre sognato, così da accorgersi che non è quella la risposta [alle proprie domande]”. Se lo dice il detentore di un patrimonio di 150 milioni di dollari, possiamo crederci.

Il risveglio

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Sono già passati due mesi. Due mesi della nostra solita vita che sono finiti in un buco nero, un universo parallelo fatto di ore a tentare di rendersi produttivi pur restando nelle nostre quattro mura, alternate al fervente desiderio di vedere diminuire in televisione il numero di morti e di nuovi contagiati dal Covid19.

Abbiamo riflettuto tanto in questi mesi. Ognuno di noi ha smosso la propria coscienza, riordinando le priorità grazie al lungo tempo disponibile per pensare e guardarsi dentro. Tempo di silenzio che ci ha messo di fronte alla nostra fragile condizione umana.

Abbiamo smesso i panni dei robottini, tutti routine e milioni di cose da fare. Ci siamo trovati a fare i conti con convivenze mai così forzate con famigliari e con noi stessi.

Tanti di noi si saranno accorti che rallentare non è così male. Che la pizza fatta in casa è meglio di quella d’asporto. Che affrontare finalmente i cumuli di roba che occupava abusivamente casa è un grande sollievo. Leggere è ancora un bel passatempo e le videochiamate non sono più affare solo di uffici e sale riunioni.

Sarò controcorrente, ma io dico che questo tempo ci è servito.

Sarò impopolare, ma quasi quasi mi rimbocco la coperta e rimango ancora un po’ a letto a pensare. A me piace il silenzio. Mi piace il confronto con la mia interiorità. Non sarei me stessa senza guardarmi continuamente dentro.

Quindi prego fortemente che questi due mesi non vengano dimenticati. Che il teletrasporto in un mondo domestico e intimo non sia stato solo una seccatura per gli insofferenti e una crisi incolmabile per i commercianti.

Prego che i “sopravvissuti” alla pandemia siano umani risvegliati, più coscienti, più profondi, più saggi.
Non c’è niente di peggio che correre un grave rischio e continuare a comportarsi come se niente fosse.

Ci è stata data la possibilità di diventare migliori.
Di riconoscere il valore della vita, da quella dei nostri cari a quella di chi è caduto in una battaglia senza bombe, ma con altrettanta paura.
Di rimanere sbalorditi vedendo i delfini nei porti e l’acqua pulita a Venezia, i cervi in città e il cielo più azzurro e profumato.
Di poter vedere i bambini crescere sotto i nostri occhi, invece che salutarli soltanto prima di andare a dormire. Di poter parlare con i nostri genitori e nonni.
Di comunicare di più, anche se soltanto attraverso dei pixel.
Di riconoscere l’essenziale, come valori e come materia.

Allora restiamo migliori, anche ora che torneremo ad uscire.
Il mio augurio è di accorgermi di esser circondata da persone che come me hanno colto il dono del sacrificio e ne hanno fatto tesoro.

L’essenziale

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Se la tua casa stesse andando a fuoco, cosa ti preoccuperesti di salvare? Chiunque (spero) risponderebbe famiglia, animali domestici e se avanza qualche istante cimeli di famiglia, fotografie, hard disk con i documenti e le foto più importanti. E dopo? Se ti capitasse sott’occhio quello che hai perso nell’incendio, cosa ricompreresti di quello che non hai più?

Io, quasi niente.

Anni fa, prima ancora di leggere questo quesito su testi a tema, mi ero già fatta questa domanda. Da tempo mi chiedo cosa sia l’essenziale.
Di recente mi sono resa conto che mi importa ben poco delle COSE che ho. Anzi, senza passare per matta, spesso mi sono augurata di perderle accidentalmente o di non averle mai comprate. E ora sto diventando intollerante ad esse, tanto da desiderare una bacchetta magica per far sparire dalla vista tutti gli acquisti compulsivi e insensati che ho fatto in passato.

Da quando ero bambina faccio un sogno ricorrente, ossia che la mia casa sta bruciando o è allagata o distrutta da un terremoto e io devo decidere al volo cosa portar via prima di salvarmi. La mia scelta è sempre ricaduta sui diari e sui gioielli d’oro, regali di famiglia. La mia intimità e le radici. Ho sempre avvertito in me il bisogno di individuare quello che conta davvero e proteggerlo.

Mi ritrovo ora a fantasticare di vivere da minimalista estrema in un monolocale con dentro solo qualcosa da mangiare, un guardaroba ridotto all’osso, un letto e un tavolo per mangiare e lavorare. E’ vero che non si dovrebbe parlare di quello che non si conosce, ma io lavoro di fantasia. I minimalisti parlano spesso di esperienze. Parlano di vivere con poco, ma di vivere tanto.

Cosa potrei fare della mia vita, se improvvisamente non avessi più distrazioni a cui sono abituata? Se non avessi motivi per indugiare in casa, guardando la TV o lo smartphone/pc? Se improvvisamente smettesse di esistere internet, se la tecnologia tornasse indietro di 200 anni, di cosa nutrirei la mia mente? Avrei i libri e potrei scrivere a mano (cosa che ora mi viene difficile, sbaglio le lettere, sono completamente disabituata alla calligrafia), pensare o agire nella pratica. Mi chiedo quanti di noi riuscirebbero a mantenere la sanità mentale in una stanza di monastero o in una cella di prigione. O a mantenere la calma, senza tutti gli stimoli di cui siamo drogati. Che cosa c’è dentro di noi? Che cos’è l’essenziale? Messe a tacere tutte le parole che ci stordiscono, silenziati gli imput, eliminati gli impegni che ci autoimponiamo perché stare fermi è “peccato” (si pensi all’accezione negativa di “perdere tempo”), ci sarebbe da trovare un nuovo senso.

Se bruciasse la nostra casa, se internet fosse in down permanente, se la tv smettesse di trasmettere, dove andremmo a cercare un senso al nostro stare al mondo?

Fare qualcosa per gli altri. Ecco cosa mi sono risposta.
Dare una mano ad un anziano, fare volontariato, aiutare un disagiato a costruirsi una prospettiva, curare gli animali abbandonati, ecco cosa mi sono risposta.
Quando me lo diceva mio padre qualche anno fa non capivo… e sapeste quante volte me l’ha detto! Tutte le volte archiviavo l’informazione come una sorta di paternalistico consiglio, che non faceva presa su di me. Troppe distrazioni, troppe possibilità e alternative più comode, che infine mi hanno condotta qui, al termine (o a questo punto) del percorso a cercare un senso sotto alle macerie del mio castello di carte.

L’amore. La carità. La vicinanza. L’essere umani. Non soldati, non macchine, non supereroi. Umani di carne e anima, che possono vivere senza fronzoli, ma non senza il contatto, la considerazione, il riconoscimento e quella compassione che ci regala una mano tesa quando ne abbiamo più bisogno.

Allora se la nostra casa dovesse bruciare, se tutto quello che ci rimane fossero quattro vestiti e un piccolo rifugio dove ricominciare o andare avanti, non potremmo chiamarci miserabili o poveretti, alimentando in noi il calore della connessione umana e dell’amore. Se però dovessimo smarrire la capacità di cercare le autentiche ragioni per cui siamo al mondo, lì sì che avremmo davvero perso tutto.

Digitalizzare

Ieri ho ricevuto a domicilio il nuovo scanner super performante, che ho comprato con l’intenzione di digitalizzare gran parte del cartaceo presente in casa. Per fare spazio, per ridimensionare, per minimizzarlo, ma soprattutto per lasciare andare (anche se pur parzialmente), alcune cose.

Da ieri sto riducendo i ricordi di una vita, in primis i miei diari di adolescente (1997-2003), in un ammasso di bit, in qualcosa di intangibile e suscettibile all’elettricità. Qualcosa che prima era carta, lacrime, inchiostro e infine scotch per tenere tutto insieme, quando l’usura aveva logorato le rilegature, ora è un insieme di codici all’interno del mio computer.

Lo strappo è notevole, hanno ragione a dire che nel processo di decluttering, gli oggetti sentimentali vanno lasciati in fondo quando siamo ormai consumati guerrieri delle pulizie.

E’ inutile negarlo, separarsi da cose che abbiamo custodito per una vita, come parte di noi stessi, come malta che teneva insieme le nostre riflessioni, pianti, affetti e ricordi, FA MALE. Ma è un processo utile, che insegna a trasferire quelle emozioni dentro di noi. Le immagini, le dediche, le parole, devono conficcarsi nella nostra memoria, non possono risiedere per sempre nelle cose.

Mentre lo scanner ingoia una a una le cartoline che io e la mia famiglia abbiamo ricevuto negli ultimi 40 anni, rivivo sentimenti che avevo riposto in uno scaffale, nel raccoglitore dove le stesse avevano trovato un posto apparentemente definitivo. E anche qui si risvegliano ricordi sopiti, momenti, amicizie lasciate indietro lungo il percorso. A pensarci bene me li sono già lasciati alle spalle, è giusto lasciarli andare.

Mi chiedo persino quanto sia giusto tenerne traccia con le scansioni. Ma per ora lascio spazio a questa archiviazione che forse un domani farò sparire con un clic.

Nulla dura. L’evoluzione e come già ho detto il muoversi in avanti, sono il carburante che ci tiene vivi. Non possiamo affidarci alla fragile sicurezza di mantenere una parte di noi sugli scaffali. Non possiamo soffermarci su ogni passo che compiamo. Dobbiamo muoverne un altro e un altro ancora. Solo così possiamo proseguire nella crescita, lungo la strada della nostra vita.

“Piccolo spazio pubblicità”

Con il contributo di Fabio Grimi

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“Compra X e sarai più figo!”

“Senza Y non sei all’altezza del mondo di oggi!”

“Con Z le donne ti cadranno ai piedi” e “con ZX potrai finalmente fermare il tempo!”

Vivere oggi significa dribblare tra una pubblicità e l’altra, significa combattere una guerra contro professionisti che studiano come indurci il bisogno di qualcosa che di per sé è semplicemente inutile.

La psicologia della pubblicità è l’acerrimo nemico di ogni aspirante minimalista, perché vuole minare proprio quella volontà di resistere che cerchiamo duramente di erigere a scudo, quando intorno a noi tutto grida alla spesa incontrollata e all’accumulo morboso di averi di ogni tipo.

Ecco allora che le catene di abbigliamento vomitano nuove collezioni di vestiti ogni settimana (questo è il fast fashion), ogni 1-2 anni viene forgiato un nuovo modello di iPhone, ogni stagione cambia il colore pantone di tendenza e ogni natale la tonalità dell’albero e delle decorazioni. La tecnologia si evolve tanto velocemente, quanto aumenta l’obsolescenza programmata dei suoi prodotti. E’ una lotta ad armi impari tra chi produce e vende e chi spende per comprare, perché chi vuole possedere meno è visto come strano, alternativo, un po’ sfigato.

Una delle cose che ci ha fregato di più è stata toglierci la possibilità di far sedimentare un idea d’acquisto. Con l’E-Commerce lo spazio tra idea, desiderio, attesa e acquisto si è azzerata contribuendo in maniera formidabile alla spese compulsive.

Il compito della psicologia della pubblicità è sedurre, trasformare la merce in un feticcio irrinunciabile, un idolo da desiderare e adorare, qualcosa da avere e senza il quale ci sentiamo svantaggiati e incompleti.

Ultimo ritrovato del subdolo meccanismo, che incide principalmente sulle menti più fragili, è vestire delle bambole (o bambolotti) con abiti che diventano culto ed evaporano dagli scaffali nel giro di ore. Gli influencer propinano come cool vestiti, make-up, cosmetici, articoli di elettronica, accessori, videogiochi, auto e trovano schiere di seguaci pronte ad obbedire, mentre loro si arricchiscono divertendosi. Quanta tristezza in tutto questo!

E’ difficile combattere contro la pubblicità, ci vuole una forte consapevolezza di quelli che sono i nostri reali bisogni a fronte di quelli indotti e creati da zero alle nostre spalle. La nostra arma è il consumo critico, che si oppone al consumo compulsivo, e che attraverso la sensibilità personale e la cultura, nonché canali di produzione e vendita meno aggressivi e scellerati, permette di ridimensionare ciò che consumiamo e il nostro impatto ambientale e sociale.

I minimalisti possono fare la loro parte in questo processo, sconfiggendo la bramosia di possedere e acquistare, elevandosi sopra al falso conforto del possesso materiale, offrendo gentilmente il proprio esempio con vite piene di emozioni ed esperienze, piuttosto che di cose. E’ una battaglia impegnativa, un Davide contro Golia, ma non possiamo lascia nulla di intentato, se non vogliamo che la nostra capacità critica venga infine annientata dal potere di un buon apparato di marketing.

E ricordate: Se non lo acquistate, è scontato al 100%!

Prestito e noleggio

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Avete mai pensato che non è necessario possedere tutto per avere tutto a disposizione?

In ordine di circondarsi soltanto delle cose che quotidianamente ci servono e di cui facciamo un uso frequente, possiamo informarci su come disporre di tutto il resto, senza per forza ingombrare lo spazio di casa nostra di oggetti e strumenti di uso occasionale.

Una buona idea è prendere a noleggio. Nella categoria delle cose che è utile affittare rientrano:

  • Attrezzatura sportiva: se vado a sciare un paio di volte all’anno, è inutile che ingombri la cantina di sci, scarponi, tuta, casco e protezioni. Posso tranquillamente affittarle presso gli impianti. Stesso discorso per i gonfiabili per il mare, i pattini da ghiaccio o a rotelle, biciclette, tende da campeggio.
  • Auto e scooter, soprattutto se vivo in città dove è pratico spostarsi con i mezzi. Furgoni, per le grandi manovre e camper/roulottes per le vacanze.
  • Attrezzatura per feste: è buona cosa, in occasioni speciali, affittare le stoviglie e l’impianto stereo, eventuale struttura per gli eventi all’aperto, invece che acquistarla e infognarla chissà dove in garage
  • Attrezzatura foto/video: se non siete professionisti, potete pensare di affittare una bella macchina fotografica per un evento o un viaggio, se quella del cellulare non vi basta. Se volete girare un filmino al matrimonio di un parente o ad una cerimonia, meglio affittare la videocamera, piuttosto che comprarla.
  • Libri: da sempre esistono le biblioteche e parenti/amici generosi, ma oggi si possono anche trovare ebooks gratuiti da scaricare su cellulari, computer e e-readers
  • Abbigliamento speciale per cerimonie e matrimoni, per feste a tema, carnevale.

C’è poi la possibilità di chiedere a parenti e vicini di casa un prestito di quello che ci serve una volta ogni tanto. Al vicino si può chiedere in prestito il tagliaerba, magari restituendolo col serbatoio pieno o offrendosi per tagliargli il prato come ringraziamento, alla sorella si può chiedere l’impastatrice, se non siamo gente che fa dolci tutti i giorni. Prima di buttarci a capofitto nell’acquisto di tutto il corredo per fare a maglia, possiamo chiedere alla nonna di prestarci i suoi ferri e alla mamma se ci insegna a dipingere ad acquarello, se non siamo sicuri che possa diventare il nostro passatempo preferito.

Prendere in prestito e noleggiare non è solo un modo per risparmiare, ma anche un modo per limitare i consumi e quindi fare ecologia. Ci educa al vivere liberamente le esperienze, senza accumulare. La vita passa fluisce nella sperimentazione e non si intasa nel mero acquisto e possesso. E’ sicuramente una delle strade maestre per ridurre le proprie pretese e la nostra ambizione a possedere e diventare anche così dei minimalisti da manuale.

Minimalismo in terza età

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Essere anziani è un passaggio inevitabile della vita. Si può essere anziani malati e sofferenti, anziani soli, meravigliose coppie di anziani, anziani arzilli e sportivi, ma c’è una costante: le priorità e le necessità cambiano.

Se in gioventù le necessità riguardano solo studio e divertimento (o tempo libero e lavoro), in età adulta si aggiungono i bisogni della famiglia, ma quando si diventa anziani fortunatamente tutto dovrebbe ridursi a svago e riposo. La vita diventa più semplice, meno frenetica e anche le necessità in fatto di possedimenti e averi materiali diminuiscono.

Le filosofie orientali insegnano che al tramonto della vita dovremmo essere capaci di lasciare andare l’attaccamento a cose e persone per diventare leggeri ed esser pronti a partire.

Gli anziani diventano, o dovrebbero diventare, per natura minimalisti: meno abiti, perché non serve uscire tutti i giorni e basta avere un guardaroba decoroso per stare comodi, meno letture e magari più tv e radio (magari audiolibri per i più tecnologici), perché la vista purtroppo inizia a fare cilecca, meno scartoffie, meno cianfrusaglie per casa, nella quale anche l’arredamento dovrebbe esser modificato in modo da ridurre le barriere architettoniche e le scomodità. Diventando anziani la vita dovrebbe convergere nella semplicità.

Se sfortunatamente ci sono persone che rimangono sole e finiscono per vivere in case disordinate e sporche, tante hanno ancora la voglia di vivere e godersela. Io vorrei intervenire in favore di quelle in difficoltà, lo sogno da tanto. Vorrei aiutare gli anziani della mia comunità a riordinare le loro case e a vivere più liberamente i loro giorni. Per questo, finita la reclusione, voglio impegnarmi in questo, ma non so bene a chi rivolgermi.

Idee e suggerimenti, cari lettori?