Attività storiche e shopping di prossimità

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C’era una volta il mondo di una volta.

C’era una volta le famiglie numerose che però vivevano con meno. I supermercati sono affare relativamente recente, si parla dell’inizio del 1900. Prima si acquistava nei mercati e nei negozi di quartiere. Nelle botteghe, nelle drogherie, dagli artigiani.

Ho un’idea piuttosto romantica dello shopping di prossimità. Il commerciante che conosce i suoi clienti, che li saluta per nome, che sa già quello che piace alla signora Maria e quello che lo scapolo passa a prendere quando rientra dal lavoro. Il sarto che ti cuce i vestiti su misura, il ciabattino che ti ripara le scarpe buone e il panettiere che ti mette da parte il pane in un sacchetto che profuma di meraviglia.

Quando ero piccola e vivevo a Milano, due portoni dopo il nostro c’era un macellaio. Capelli corvini, baffetto, camice bianco. Mia madre spesso si fermava a comprare da lui prima di tornare a casa. Lui era molto cordiale e ci salutava sempre. Me lo ricordo ancora, anche se sono passati 30 anni e i suoi capelli non sono più corvini. Però sono contenta che sia ancora lì, con la sua botteghina, nonostante il tempo e la concorrenza dei supermercati.

Sono poche le attività storiche che sono sopravvissute alla grande distribuzione, ad Amazon, alla crisi e ora anche al Covid. Ma il loro valore è impagabile. Le persone che le animano sono impagabili. Strozzate da quanto detto, portano avanti con coraggio la battaglia di chi conosce e di chi sa fare, contro all’anonimato di internet e degli ipermercati. La loro merce costa di più, ma in quell’etichetta sono contenuti, oltre al prodotto, la conoscenza, l’attenzione al cliente, una selezione accurata, gli affitti nei centri storici. E’ una battaglia impari. Ma noi abbiamo le nostre responsabilità.

Sì anche noi minimalisti. Noi che conosciamo il valore del poco ma buono, noi che possiamo fare a meno di stipare gli armadi e il frigorifero, noi che “meglio un buon gambero pescato fresco, che tre scatole di surgelato”. Noi che meglio un abito da commercio etico, che il pacco di magliette a 10 euro. Noi che il pane industriale non sarà mai all’altezza dello sfilatino artigianale ai semi.

Le attività storiche stanno morendo, ma qualcuno ancora resiste. E’ una scelta responsabile, quella di puntare sul poco ma di qualità e trasmettere ai nostri congiunti questo mantra. Dobbiamo diffondere questa convinzione.

Anche io vado al supermercato e anche io mi faccio tentare (ormai raramente) dal fast fashion. Ma ho parlato con i commercianti di quartiere, li ho intervistati e ho scritto le loro storie. Ho appreso la fatica che sta dietro alla coltelleria Gianola del centro di Varese che da un secolo affila a mano le lame dei clienti. Oggi c’è una donna a capo del negozio, una gran donna. Ho parlato con il pescivendolo Piccinelli di corso Matteotti e ho sentito delle sue sveglie all’alba. Ho assaggiato i prodotti che vende, preparando in casa mia un sugo di pesce da ristorante. Mi sono fatta inebriare dai profumi della drogheria Vercellini e solo lì ho trovato la fava tonka per i miei dolci , tirata fuori da un barattolo dalle mani nodose della vedova ormai anziana, ma dalla tempra d’acciaio.

Capisco le esigenze delle famiglie di oggi con i soldi contati e poco tempo per la spesa. Conosco la comodità di trovare tutto al supermercato senza dover girare di bottega in bottega. Ma ci perdiamo qualcosa, dimenticando i negozietti. Concedetevi la gioia di fare compere come una volta. Non sempre c’è fretta. Rallentate.

Ricordate che meno è meglio. Ma che sia davvero il massimo che potete concedervi.

L’utile e il dilettevole

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Nella mia esperienza da minimalista ho capito una cosa. Qualsiasi oggetto noi possediamo deve appartenere a una di queste due categorie: essere utile oppure essere fonte di piacere.

È facile diventare minimalista, o almeno provarci, se riusciamo ad ascrivere le nostre cose -proprio tutte- entro queste due classificazioni: cose che hanno un’utilità, uno scopo e cose che ci arrecano gioia nel fruirne, nel godercele.

Le cose utili devono essere la maggior parte e spaziano dagli abiti, agli utensili da cucina e per la casa, i documenti da conservare, l’auto (una sola!) e tutto ciò che serve a migliorarci l’esistenza. Sono le cose che sono state inventate nel tempo per alleviare la fatica delle persone e agevolarle nella vita quotidiana. Nessuno penserà che un frigorifero sia bello e dia emozioni, ma serve ad uno scopo e ha ragion d’essere. Idem per un trapano o uno spazzolino da denti. Privarsi delle cose necessarie in nome di una vita semplice lo trovo un po’ masochistico e insensato. E’ vero che ci sono persone che sopravvivono con poco e niente, ma appunto, sopravvivono e incontrano non poche sfide nella quotidianità. In ogni caso il concetto di necessità è relativo e il confine tra utile e superfluo a volte si perde tra le pieghe delle esigenze personali. Quindi lavatevi pure corpo, capelli, piatti e vestiti con lo stesso tocco di sapone, ma sappiate che io lo trovo un sacrificio fuori luogo, a meno che non siate in serie ristrettezze o siate dei puristi dello zero waste.

Altro discorso sono le cose che ci danno piacere. In questa categoria finiscono tutti quegli oggetti che non servendo uno scopo direttamente legato alla nostra sopravvivenza, non si avvicinano nemmeno ad un concetto di reale utilità. Eppure le nostre case sono piene di ninnoli, soprammobili e i nostri cassetti pieni di gioielli e accessori. Le nostre soffitte pullulano di ricordi, le nostre pareti di quadri e le nostre dispense di leccornie che sappiamo benissimo far male alla linea. Eppure ci sono cose che ci riempiono di incanto e ci fanno provare quel piacere che rende la nostra vita migliore. Ci sono cose che esistono per alleviare la monotonia e rendere più piacevole il nostro viaggio.
Purtroppo spesso le persone confondono il fatto di possedere qualcosa per pura gioia, con l’accumulare cose che non sanno gettare via, così si ritrovano angoli e ripiani coperti di pupazzetti e oggettini polverosi, pance abbondanti di grasso, vite piene di impegni inutili, tutte cose di cui potrebbero tranquillamente fare a meno se solo scoprissero la meraviglia di lasciare andare.

Non c’è scusa che tenga. Non ci sono altre categorie se non l’utile e il dilettevole. Ma quest’ultimo va centellinato. Un buon vino non sarebbe speciale se potessimo berlo a ogni pasto. Il vestito buono passerebbe inosservato se ci vestissimo ogni giorno così. Un bel soprammobile, anche costoso, si perde in mezzo ad un esercito di cianfrusaglie, come un quadro di valore merita tutta la scena sulle pareti del nostro salotto. Impariamo ad apprezzare il vuoto. Perché è solo lui che può incorniciare qualcosa che merita di esser messo in risalto.

Io ho imparato a fare spazio. Auguro anche a voi un pieno di vuoto, per imparare infine a godere del poco.

Scrivere a mano

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Se c’è una cosa che mi è sempre venuta naturale da quando sono bambina è scrivere. Ne sono la prova i Diari delle Vacanze che tenevo con minuzia fin dai miei 8 anni. Pagine e pagine di racconti, che la giovane reporter Cristina corredava di cartoline e piccoli oggetti, incollati a migliorare e ampliare la narrazione delle sue piccole grandi avventure.

Il tutto è cominciato nel 1992 circa e si è protratto per un decennio, durante il quale la sera, armata di stilografica e quaderno, mi chiudevo in camera e riversavo su carta il mio mondo interiore. Scrivevo a mano, ovviamente. Allineavo, lettera dopo lettera, i miei pensieri, materializzandoli nell’inchiostro blu. Preferivo i quadretti alle righe, quelli grandi, così riuscivo a distanziare meglio le frasi. Nel tempo la mia scrittura mutava, sempre più piccola e i boccoli delle L e delle G cambiavano a seconda delle mie paturnie.

Scrivere a mano è un atto intimo, che richiede più concentrazione del battere su una tastiera. Bisogna porre attenzione ad ogni tratto, per non sbagliare. Ci si mette del proprio e la grafia rivela molto dell’animo dell’autore. Si è veramente presenti nel momento.

Io spesso buttavo giù le riflessioni con una foga tale da avere male al polso, però dopo mi sentivo svuotata, libera e più serena.

In quanto atto deliberato, come accadeva una volta con la fotografia su pellicola, la scrittura a mano svela la sua connessione con il minimalismo. Essa implica la scelta minuziosa delle parole, prevenendo l’eccesso e la ridondanza.

In sostanza la grafia aiuta a fare chiarezza, in un mondo veloce, superficiale e noncurante, dove la lentezza è la benvenuta, almeno per chi vuole ancora fare le cose per bene.

Il giusto valore

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La frase che mi sento spesso dire da mia mamma, quando si accorge che sto di nuovo scartando qualcosa durante il mio decluttering, è “tu non dai valore alle cose, perché non hai mai dovuto sudartele”. Se la prima parte della frase può essere vera, la seconda lascia il tempo che trova.

E’ così: per me le cose sono solo cose. Quasi tutto è sostituibile, cioè se dovesse accidentalmente mancare, sarebbe rimpiazzabile con un suo equivalente o non tornare del tutto.

Lo sono stata per anni, ma ho smesso da un pezzo di essere schiava degli oggetti. “Non hai patito la fame”, “non hai fatto la guerra” dice, come se conservare ogni cosa, dal bottone spaiato al ritaglio di giornale, alla collezione di riviste abbandonate su uno scaffale da 30 anni, faccia di noi i paladini della coscienziosità e della prudenza. Come se quella roba, stipata da qualche parte e che quasi mai salta fuori al momento giusto (arriva mai quel momento?), ci potesse salvare dall’infelicità o dagli imprevisti della vita. Come se esistesse un modo di evitare le sterzate improvvise della nostra esistenza…

Le nostre visioni divergenti sono motivo di animate conversazioni con mio marito: per quanto apprezzabile la sua gratitudine e attaccamento alla situazione positiva in cui vive, collide con il mio bisogno continuo di evolvermi, crescere, saltando da una passione ad un’altra, da una filosofia di vita ad una che mi sembra migliore e più funzionale.

E’ così che da vorace frequentatrice di mercatini sono diventata una fervente minimalista (in divenire). Sono una persona molto diversa da quella che avreste conosciuto, incontrandomi 3 o 4 anni fa. Sto facendo grandi passi lasciandomi alle spalle cumuli di cose, ma anche cumuli di momenti, situazioni, vita vissuta e tanto dolore. Già, perché le cose, come il cibo, spesso altro non sono che una calda coperta in cui ci rifugiamo, a torto, quando ci sentiamo fragili e insicuri.

A volte provo ansia nel lasciare andare qualcosa, altre mi spaventa il restare “esposta” senza la protezione che le cose sembrano dare. A volte il vuoto mi spaventa, ma cerco di riportare la concentrazione sulla verità che guida il minimalismo: gli oggetti sono meri strumenti, sono materia che serve ad uno scopo, non sono la destinazione. E inoltre, ancora più importante, niente dura. È inutile stringere ostinatamente qualcosa che è destinato a deperire e a scomparire, inevitabilmente. Meglio guardare oltre, al progetto più grande che la vita ha da insegnare.

Quando la paura scuote il suolo e il cammino diventa incerto ricordiamo che aggrapparci alle cose è come attraversare un ponte dalle assi marce e inaffidabili. E’ un attimo finire traditi da ciò che credevamo potesse salvarci.

Slegarci dal superfluo è un atto dovuto per vivere una vita pregna di significato, è un passaggio, non la destinazione. È capire dove risiede il senso, per poi iniziare a modellare le nostre azioni per perseguirlo.

Perciò quando mia madre mi dice che non do valore alle cose lo trovo un buon segno, significa che mi sto finalmente muovendo nella giusta direzione.