In-dipendenza

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Ci sono momenti cruciali nella vita di una persona. Io credo di essere nel mezzo di uno di questi.

Alleggerire il mio bagaglio è coinciso col tranciare lentamente ma inesorabilmente il cordone ombelicale che mi teneva ancorata al passato, cercando tra le scatole in cantina la mia via. Sono fermamente convinta che i due sentimenti siano cresciuti parallelamente, che ci sia uno stretto legame tra il bisogno di lasciare andare quello che non concerne più il percorso attuale e una nuova fase della mia crescita personale. Più precisamente, fare piazza pulita della mia condizione precedente per aprire la porta alla persona che sto diventando.

Ho sempre avuto un rapporto di dipendenza emotiva con mio padre, ma la vita ora mi ha messa davanti ad un bivio: continuare ad essere figlia a 36 anni o fare il mio debutto sul palco del mondo. Può suonare strano, detto da una adulta che dovrebbe aver già fatto famiglia e avere un lavoro stabile (quanto sono patetici i cliché), ma così è stato per me, quindi non posso che prenderne atto.

La cosa bella è che è stato il bisogno di minimalismo e di liberazione a indicarmi la strada. Anzi, in un momento di confusione totale, è stato il faro che ha illuminato ciò che io non riuscivo a vedere. Sembrava infatti ad occhi estranei che tentare di svuotare casa da tutto ciò che fosse inutile o superato fosse solo l’ennesimo capriccio di una ragazzina viziata, ma ad una attenta analisi si può comprendere come io stia cercando di estraniarmi da una vita che non mi appartiene più e con essa dei suoi orpelli, cimeli e cianfrusaglie.

Non biasimo quindi chi non capisce, perché diventare minimalisti è un percorso profondo e intimo e non una stupida moda come pensano alcune persone un po’ superficiali. Non si tratta soltanto di arrotolare le magliette o comprare decine di contenitori all’Ikea: si tratta di individuare gli oggetti e gli ambiti che non si adattano più alla persona che stiamo diventando per poi accompagnarli alla porta.

Nudi e svuotati infine, lasceremo entrare, solo se lo vorremo, aria nuova e nuove avventure, proprio come sta accadendo a me.

Sulla ricchezza

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Non c’è mai limite al peggio, si dice. Allo stesso modo non c’è limite al troppo e questo dovrebbe far suonare in noi un campanello d’allarme.
Mi spiego: mentre possiamo ridurre all’osso le cose che possediamo, limando alla perfezione il nostro bagaglio come un Michelangelo che sgrezza il marmo per tirarne fuori la statua perfetta, puntare ad aumentarle è una lotta che ci trascinerà nell’insanità mentale.

Sono tanti gli esempi delle persone virtuose, che partendo da una vita di benessere hanno scelto la povertà e l’astrazione dal materialismo. Basti pensare a San Francesco, nato benestante, che ha scelto di rinunciare a tutto per seguire la sua vocazione e tracciare così un solco che è da sempre l’esempio per molti. O Gandhi, che al tramonto della sua vita possedeva solo sei oggetti. I monaci e i frati limitano le loro proprietà a qualche tonaca, semplici strumenti per mangiare e per la cura personale. La vita di queste persone però era ed è illuminata, perché guidata da un significato profondo e inestinguibile, che sono la fede e la spiritualità.

Ridursi, ridimensionare le proprie necessità porta alla perfezione e ad una pace che salva la nostra anima.

Lo stesso non può dirsi del contrario. Vivere una vita con il solo scopo di diventare più ricchi, più famosi, più potenti, è una corsa folle che non vede mai il suo traguardo.

Possedere di più, inseguire il denaro, avere la casa più grande del vicinato, della città, non ci rende più felici, perché ci sarà sempre qualcuno più ricco di noi e che saremo lì a sbirciare dalla staccionata, con l’invidia che ci mangia dentro.

Cito Jim Carey, strepitoso attore: “Penso che chiunque debba diventare ricco e famoso e fare tutto quello che ha sempre sognato, così da accorgersi che non è quella la risposta [alle proprie domande]”. Se lo dice il detentore di un patrimonio di 150 milioni di dollari, possiamo crederci.

Il risveglio

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Sono già passati due mesi. Due mesi della nostra solita vita che sono finiti in un buco nero, un universo parallelo fatto di ore a tentare di rendersi produttivi pur restando nelle nostre quattro mura, alternate al fervente desiderio di vedere diminuire in televisione il numero di morti e di nuovi contagiati dal Covid19.

Abbiamo riflettuto tanto in questi mesi. Ognuno di noi ha smosso la propria coscienza, riordinando le priorità grazie al lungo tempo disponibile per pensare e guardarsi dentro. Tempo di silenzio che ci ha messo di fronte alla nostra fragile condizione umana.

Abbiamo smesso i panni dei robottini, tutti routine e milioni di cose da fare. Ci siamo trovati a fare i conti con convivenze mai così forzate con famigliari e con noi stessi.

Tanti di noi si saranno accorti che rallentare non è così male. Che la pizza fatta in casa è meglio di quella d’asporto. Che affrontare finalmente i cumuli di roba che occupava abusivamente casa è un grande sollievo. Leggere è ancora un bel passatempo e le videochiamate non sono più affare solo di uffici e sale riunioni.

Sarò controcorrente, ma io dico che questo tempo ci è servito.

Sarò impopolare, ma quasi quasi mi rimbocco la coperta e rimango ancora un po’ a letto a pensare. A me piace il silenzio. Mi piace il confronto con la mia interiorità. Non sarei me stessa senza guardarmi continuamente dentro.

Quindi prego fortemente che questi due mesi non vengano dimenticati. Che il teletrasporto in un mondo domestico e intimo non sia stato solo una seccatura per gli insofferenti e una crisi incolmabile per i commercianti.

Prego che i “sopravvissuti” alla pandemia siano umani risvegliati, più coscienti, più profondi, più saggi.
Non c’è niente di peggio che correre un grave rischio e continuare a comportarsi come se niente fosse.

Ci è stata data la possibilità di diventare migliori.
Di riconoscere il valore della vita, da quella dei nostri cari a quella di chi è caduto in una battaglia senza bombe, ma con altrettanta paura.
Di rimanere sbalorditi vedendo i delfini nei porti e l’acqua pulita a Venezia, i cervi in città e il cielo più azzurro e profumato.
Di poter vedere i bambini crescere sotto i nostri occhi, invece che salutarli soltanto prima di andare a dormire. Di poter parlare con i nostri genitori e nonni.
Di comunicare di più, anche se soltanto attraverso dei pixel.
Di riconoscere l’essenziale, come valori e come materia.

Allora restiamo migliori, anche ora che torneremo ad uscire.
Il mio augurio è di accorgermi di esser circondata da persone che come me hanno colto il dono del sacrificio e ne hanno fatto tesoro.