Scrivere a mano

Photo by fotografierende on Pexels.com

Se c’è una cosa che mi è sempre venuta naturale da quando sono bambina è scrivere. Ne sono la prova i Diari delle Vacanze che tenevo con minuzia fin dai miei 8 anni. Pagine e pagine di racconti, che la giovane reporter Cristina corredava di cartoline e piccoli oggetti, incollati a migliorare e ampliare la narrazione delle sue piccole grandi avventure.

Il tutto è cominciato nel 1992 circa e si è protratto per un decennio, durante il quale la sera, armata di stilografica e quaderno, mi chiudevo in camera e riversavo su carta il mio mondo interiore. Scrivevo a mano, ovviamente. Allineavo, lettera dopo lettera, i miei pensieri, materializzandoli nell’inchiostro blu. Preferivo i quadretti alle righe, quelli grandi, così riuscivo a distanziare meglio le frasi. Nel tempo la mia scrittura mutava, sempre più piccola e i boccoli delle L e delle G cambiavano a seconda delle mie paturnie.

Scrivere a mano è un atto intimo, che richiede più concentrazione del battere su una tastiera. Bisogna porre attenzione ad ogni tratto, per non sbagliare. Ci si mette del proprio e la grafia rivela molto dell’animo dell’autore. Si è veramente presenti nel momento.

Io spesso buttavo giù le riflessioni con una foga tale da avere male al polso, però dopo mi sentivo svuotata, libera e più serena.

In quanto atto deliberato, come accadeva una volta con la fotografia su pellicola, la scrittura a mano svela la sua connessione con il minimalismo. Essa implica la scelta minuziosa delle parole, prevenendo l’eccesso e la ridondanza.

In sostanza la grafia aiuta a fare chiarezza, in un mondo veloce, superficiale e noncurante, dove la lentezza è la benvenuta, almeno per chi vuole ancora fare le cose per bene.